Dalla Sirena Parthenope, (dal greco arcaico: vergine dalla voce di fanciulla) prese il nome l’antico villaggio che in futuro sarebbe diventato Napoli. Parthenope, distesa sugli scogli intonava il suo canto per salutare le genti felici che popolavano il golfo, allietandole con canti d’amore e di gioia. Una volta la sua voce fu così melodiosa e soave che tutti gli abitanti ne rimasero affascinati, rapiti e commossi dalla dolcezza del canto e delle parole d’amore che la sirena aveva loro dedicato. Per ringraziarla di un così grande diletto, decisero di offrirle quanto di più prezioso avessero. Sette fra le più belle fanciulle dei villaggi furono incaricate di consegnare i doni alla bella Parthenope:

  1. la farina, forza e ricchezza della campagna;
  2. la ricotta, omaggio di pastori e pecorelle;
  3. le uova, simbolo della vita che sempre si rinnova;
  4. il grano tenero, bollito nel latte, a prova dei due regni della natura;
  5. l’acqua di fuori d’arancio, perché i profumi della terra rendevano omaggio;
  6. le spezie, in rappresentanza dei popoli più lontani del mondo;
  7. il miele, per esprimere l’ineguagliabile dolcezza profusa dal canto di Parthenope in cielo, in terra ed in tutto l’universo.

La sirena, felice per tanti doni, depose le offerte ai piedi degli dei. Questi, inebriati anch’essi dal soavissimo canto, riunirono e mescolarono con arti divine tutti gli ingredienti, trasformandoli nella prima “Pastiera” (dolce tipico napoletano) che uguagliava in dolcezza il canto della stessa sirena.

[di Mimì Palmiero]