Ruesch, un successo da film

Forse, e senza forse, è e rimane lo scrittore napoletano più famoso fuori d’Italia. Hans Ruesch è una firma che ai napoletani delle nuove generazioni dice relativamente poco e che evoca, più che altro, la panoramicissima clinica di viale Maria Cristina di Savoia. Ma negli anni Cinquanta dello scorso secolo alcuni dei romanzi che Hans Ruesch scrisse furono tradotti in tutto il mondo, vendettero ciascuno, in media, tre milioni di copie e, portati sullo schermo, furono interpretati dai maggiori divi di Hollywood. Negli anni Sessanta, poi, un suo romanzo intitolato I mammà e i papà, ambientato in una Napoli occupata dagli angloamericani, ascese al ruolo di contraltare di La pelle di Curzio Malaparte e divenne un libro-cult. Bene: Hans Ruesch è adesso un ultranovantenne dalla grande chioma bianca, abita a Milano (anche se ha Napoli nel cuore e se più volte al giorno telefona ai suoi amici napoletani) e trascorre parte della sua operosa giornata davanti al computer. Il suo ultimo libro s’intitola I falsari della giustizia ed è uscito nel 2003. «Si tratta di un lavoro molto polemico», mi dice, porgendomene una copia, «e dunque molto diverso da quelli che scrissi quando risiedevo nella mia Napoli». In realtà Hans Ruesch è impegnato, almeno da trentacinque anni a questa parte, in una strenua lotta contro la vivisezione e contro i farmaci inutili. I libri che attualmente scrive non sono né in gloria dei napoletani né degli eschimesi (mi riferisco al celeberrimo Paese dalle ombre lunghe) bensì in difesa degli animali e, dunque spesso fioccano le querele. È stato infatti citato in giudizio, uscendone quasi sempre vincitore, almeno settanta volte, da alcune multinazionali. «Per il numero dei processi che ho subito», mi dice quasi con orgoglio, «la Ablex Publishing, casa editrice americana specializzata in pubblicazioni forensi, mi ha candidato al Guinness dei primati». In realtà Ruesch, forse, potrebbe vincere anche un altro tipo di primato; è, infatti, l’unico narratore al mondo che scriva indifferentemente in quattro lingue: italiano, inglese, francese e tedesco. Il napoletano no, non lo scrive, ma lo parla benissimo: è la sua lingua madre. L’intera vita di Hans Ruesch è stata avventurosa e movimentatissima. È nato a Napoli nel maggio del 1913, da svizzeri che si erano trasferiti nella città del Vesuvio per esercitarvi attività industriali. E se suo padre, Arnold, era rimasto elvetico nei costumi, sua madre Ginevra Büchy, si era totalmente napoletanizzata. Fu a Napoli, naturalmente, che Hans compì i suoi primi studi: in piazza Amedeo esisteva, allora, una esclusivissima “scuola svizzera” che era però tale solo di nome e di capitali essendo frequentata in prevalenza da rampolli dell’alta borghesia e dell’aristocrazia partenopee i quali si differenziavano dai loro compagni delle scuole pubbliche in quanto indossavano grembiulini azzurri anziché neri, e in quanto studiavano, oltre a tutte le altre materie, francese e tedesco. Proprio nel 1913, anno della nascita di Hans, suo padre aveva fondato a Napoli, su una strada a rampe che conduce alla collina del Vomero, la clinica Ruesch, tuttora fiorentissima. Al direttore sanitario, professor Jacobelli, era stata data disposizione di riservare una parte dei letti ai malati indigenti. Un gesto di solidarietà verso Napoli, che Ruesch padre poteva agevolmente permettersi dal momento che, in un’altra zona della città, in via Fra Gregorio Carafa, aveva inaugurato una grande azienda di arti grafiche, quella ditta Richter ove si stamperà, fino al 1926 (fino a quando cioè il Banco di Napoli sarà anche istituto di emissione) carta moneta valida in tutta Italia. Napoletano di nascita, Hans a Napoli crebbe e a Napoli fu educato. Inizialmente cointeressato alle aziende paterne, scelse poi di intraprendere la carriera dello scrittore; e visto che ne aveva le possibilità economiche, volle anche viaggiare, allo scopo di arricchirsi di esperienze da lui giudicate indispensabili. Alto, occhi azzurri, dinamicissimo, socio di circoli sportivi, Hans Ruesch fu anche asso dell’automobilismo. Corse per la Ferrari e a questa attività si ispirò per un romanzo intitolato Il numero uno, ambientato negli autodromi internazionali. Questo romanzo fu portato sullo schermo dal regista Henry Hathaway col titolo Destino sull’asfalto ed ebbe come principale interprete Kirk Douglas. Il regime fascista non amava molto i film stranieri, e in particolare quelli americani, ma la gente, a Napoli, si mise egualmente in coda, dinanzi ai cinema “Corona” e “Odeon” per vedere cosa aveva combinato il giovane Ruesch. Si era ormai alla vigilia della seconda guerra mondiale e Hans, i cui racconti venivano regolarmente pubblicati su prestigiose riviste americane come «Collier’s Weekly», «Esquire», «Redbook», «Liberty», «Alfred Hitchcock’s Mistery Magazine», e «Saturday Evening Post», decise di abbandonare la pur amatissima Napoli e di trasferirsi negli Stati Uniti. Riunì i suoi amici in un ristorante di Mergellina. «Non nascondo che ero commosso», mi dice, «ma il desiderio di andare in giro per il mondo era, evidentemente, più forte del mio amore per Napoli». Si stabilì a Los Angeles dove, peraltro, diventò molto amico di Charlie Chaplin e, testimoniando a suo favore, riuscì a salvarlo da una probabile condanna a dieci anni di carcere. Inviso all’FBI per le sue idee filocomuniste, Chaplin veniva ricattato, con false prove, da una certa Joan Barry. Un’amicizia, quella col grande Charlot, che non subirà mai incrinature. Ma perfino l’America stava stretta all’irrequieto Hans. Ai primi degli anni Cinquanta iniziò, a bordo di navi, di aerei, di treni, una sorta di giro del mondo che lo portò fin nelle zone polari. Visse a lungo con gli eschimesi e ne studiò e ne giustificò i costumi. Nel 1959 Hans Ruesch fu al massimo della celebrità. Dal suo romanzo Il paese dalle ombre lunghe, ambientato in Groenlandia, il regista Nicholas Ray trasse il film Ombre bianche: protagonisti Anthony Quinn e Peter O’ Toole. Agli inizi degli anni Sessanta, Hans era autore già di una dozzina di romanzi che, tradotti in tutte le lingue, venivano pubblicati in Italia da Mondadori e da Garzanti. A Napoli, qualche anziano caporedattore o caposervizio di quotidiano, incominciò pubblicamente a vantarsi di averlo conosciuto bene, questo Ruesch, ma di aver avuto il coraggio di respingere, perché troppo strambi, gli articoli da lui offertigli. Una storia vecchia come il mondo, anzi vecchia come Napoli. Ma ecco che, nel 1962, Hans zittisce tutti con un trionfale ritorno alla napoletanità. Dopo essersi trattenuto in incognito, per alcuni mesi, nella città che l’aveva visto nascere, Ruesch si è accuratamente documentato su ciò che davvero è accaduto durante l’occupazione alleata. Il libro, edito in Italia da Garzanti, s’intitola I mammà e i papà, in riferimento all’ironica e gergale denominazione che i contrabbandieri di Forcella avevano affibbiato agli uomini della Military Police. Si parla anche qui, come nel libro di Malaparte, di scartiloffi, di baiti, di navi vendute e di negri ubriachi, ma con una dolcezza e una partecipazione nuove e incantevoli. Così come incanta il protagonista Gennarino, uno scugnizzo che lotta per la sopravvivenza sua e della propria famiglia. Pago dei suoi successi, Hans Ruesch, napoletano giramondo e ormai con cittadinanza svizzera, volle poi dedicare ogni energia alla lotta contro la vivisezione. Fermamente convinto che nessuna prova farmacologica eseguita sugli animali può essere valida negli esseri umani (un suo fratellino fu ucciso da un medicinale testato sui cani, messo a punto da un premio Nobel ma poi ritirato dal commercio) Hans Ruesch pubblicò, nel 1976, prima presso Mondadori poi da Garzanti, L’imperatrice nuda, un documentatissimo libro contro gli orrori e l’inutilità della sperimentazione sugli animali. Da allora, alcune multinazionali non gli danno tregua, con denunce e querele. Ma lui non si arrende. Lo dimostra anche con il libro pubblicato all’età di novant’anni. Scritto direttamente in italiano. Ma pensato in napoletano.

Fonte: Napoletani si nasceva di Vittorio Paliotti