Raffaele Chiurazzi, il poeta dei vicoli

Personaggi di Napoli«Don Rafè, ma come, adesso vi siete messo a fare il poliziotto privato? Che sono questi interrogatori?». Nella domanda non c’era ombra di rimprovero, ma soltanto bonomia ed estrema curiosità. Di Raffaele Chiurazzi nessuno diffidava in via Cristallini, tutti gli erano affezionati, e tutti riconoscevano in lui uno degli esponenti più validi del teatro e della poesia napoletana; tuttavia quella sua insistenza nel voler domandare e investigare, fattasi più assidua negli ultimi mesi del 1954, non mancò di meravigliare e insospettire. Nel giro di pochi giorni Chiurazzi aveva avvicinato quaranta vecchie novantenni e a tutte aveva chiesto notizie del “monaco ‘nzevuso”, un religioso morto sul finire dell’Ottocento in un convento dei Cristallini, e rimasto famoso per il suo comportamento poco ortodosso in quanto, approfittando della sua nomea di indovino e di buon consigliere, adescava prosperose ragazze del rione Sanità, le trascinava nella sua cella e le faceva “ricreare”. Dapprima le vecchiette si mostravano lusingate dalle visite e dalle domande del poeta, poi qualcuna ebbe un dubbio: «Neh, don Rafè, ditemi la verità: pensate, forse, che fra me e ‘o monaco ‘nzevuso ci fu qualcosa? Per l’amor di Dio, don Rafè». ‘Nzevuso, si badi bene, significa untuoso. Il dubbio dilagò, fu indetta una sorta di assemblea e venne formulata una regolare protesta. Così a Chiurazzi toccò, basso per basso, ritornare dalle vecchiette e leggere, al loro cospetto, la poesia dedicata al “monaco ‘nzevuso”. Lui, spiegò, voleva essere veramente il poeta dei vicoli e in particolare dei Cristallini e adesso, dopo mezzo secolo di attività letteraria, sentiva il bisogno di dare un contenuto più realistico alla sua produzione. «Anche Benedetto Croce, quando era di moda la demologia, andava interrogando la gente del popolo; il filosofo lo faceva con mente di erudito e io lo faccio con cuore di poeta», cercò di spiegare. La raccolta di inchieste in versi scritta da Raffaele (e, per quel che mi consta, mai pubblicata) si apriva con una poesia intitolata, appunto, I Cristallini, e che vale la pena di far conoscere: «’A via d’ ‘e Cristalline e ‘na sagliuta – Addò nun
vide mai passà signure. – E a chistu posto ‘e Napule sperduta – Sagliono a ccentinare ‘e criature. – Si tu Cammine e azzicche ‘nu ferbone, – Nun parlà mai: avotela a pazzia. – Di’ appriesso ‘a gente: è stato ‘nu guaglione – Ca mo se n’è scappato ‘a chella via. – E tutte quante fanno ‘nu mestiere – Venneno zeppulelle e panzarotte. – E che puzza ‘e frittura: è ‘nu piacere! – E che tielle affumicate e rotte!». (Via dei Cristallini è una salita – Dove non si vedono mai passare signori. – E in questo posto sperduto di Napoli – I bambini salgono a centinaia. – Se mentre cammini ti lanciano addosso qualcosa – Non protestare, consideralo uno scherzo. – Dici come dicono tutti: è stato un bambino – Che è subito fuggito. – E tutti fanno un mestiere – Vendono frittelle e crocchette. – E che puzza di frittura: è un piacere! – E quante padelle affumicate e rotte!»).

raffaele-chiurazziPer capire l’arte di Raffaele Chiurazzi bisognerebbe prima capire i Cristallini. Ma una giusta interpretazione dei Cristallini è difficilissima. Lui stesso, Raffaele Chiurazzi, interrogato in proposito, se la cavava con definizioni scherzose e sosteneva che come in Abruzzo e in altre regioni d’Italia esistono dei “parchi nazionali” ove è vietato per legge all’uomo di toccare, sia pure per migliorarla, la natura, così a Napoli esiste un rione borbonico (macché! aragonese) che spontaneamente rimane da secoli eguale a se stesso e che ha nome Cristallini. In realtà l’unico cambiamento, qui, fu di carattere toponomastico e risale al 23 maggio 1850, quando il Consiglio Edilizio della città decise di mutare «in nomi decorosi quelli di alcune vie che sono veramente laidi e non italiani»: via Pertusillo ai Cristallini diventò semplicemente via Cristallini. E se è facile tradurre “Pertusillo” in “piccolo buco”, è impossibile comprendere da cosa derivi la parola “cristallini”. Confessò Gino Doria in un suo celebre saggio su Le strade di Napoli: «Non sono stato capace, certo per mia pochezza, di trovare l’origine di questo toponimo. Mi pare da escludere senz’altro l’ipotesi che ivi fossero fabbriche di cristalli, il che avrebbe dato luogo a Cristallari». Raffaele Chiurazzi nacque il 24 febbraio 1875 in un basso del Cavone a piazza Dante (altra strada della vecchia Napoli) da Leopoldo, di professione cuoco, e da Anna Bottiglieri, di condizione “santa donna”. Molto irregolarmente frequentò i primi anni delle elementari, poi, appena in grado di portare un peso sulle spalle, fu mandato a lavorare in una trattoria di via Santa Teresa gestita dal nonno paterno. Gli fecero indossare una giacca bianca, e gli assegnarono il compito di consegnare a domicilio i pranzi ordinati dai clienti, cosicché lui trascorreva parte della giornata portando su per le scale di vecchi palazzi un recipiente di stagno contenente cibi cotti. «Se sarai bravo», gli diceva il padre, «potrai diventare un cuoco col pennacchio, come lo sono stato io per tanti anni, prima di essere costretto ad arrangiarmi in una trattoria». Nell’arcaico dialetto napoletano, il cuoco col pennacchio (vale a dire con l’uniforme di gala, forse in riferimento a quella dei carabinieri che inalbera appunto il pennacchio sulla feluca) era lo chef di famiglie nobili, e il padre di Raffaele era stato infatti per molti anni al servizio del Conte di Torino. Ma questa prospettiva non garbava affatto al Chiurazzi, «specie», racconterà, «perché i napoletani, per prenderli in giro, anziché chiamarli cuochi col pennacchio, li chiamavano cuochi col pernacchio e quando si imbattevano in essi li salutavano con un sonorissimo sberleffo».

raffaele-chiurazzi-sciaraballoL’infanzia di Raffaele Chiurazzi, figlio unico, fu impastata di miserie e di tristezze; qualche volta la fame lo spingeva a rubacchiare un maccherone dal piatto che portava ai clienti. Aveva appena sette anni quando morì suo padre, e soltanto quattordici quando rimase orfano anche di madre. Tuttavia l’infanzia, rivissuta nel ricordo, costituì uno dei periodi più dolci della sua vita, tanto è vero che anni e anni dopo, diventato poeta, scriverà una lirica dal titolo Vurria turnà guaglione, che dice: «Vurria ca ‘na mattina me scetasse – Guaglione ‘n’ata vota, e ‘na figliola – Ca figliola murette, me vestesse – E me purtasse a’ scola. – E fosse ‘nu canciello chino ‘e rose – ‘Sta scola mia cu ‘e mmoneche francese. – E munacella fosse ‘a maistrina – Che me ‘mparasse tante cose ‘e Dio. – Quanno ‘a vasasse ‘a mano, me dicesse: – Santo, piccino mio. – E zumpasse e curresse e pazziasse. – E tutto cose belle me paresse. – E doppo ‘a scola, a’ casa me ne jesse: – Dieci al dettato e dieci alla poesia. – E mammà m’abbracciasse, me dicesse: – Gioia, speranza mia! – Mammà, ca piccerillo aggio perduto – E tutt’ ‘a vita mia l’aggio chiagnuta!». («Vorrei che una mattina mi svegliassi – Un’altra volta bambino, e che una ragazza – Che ragazza morì, mi vestisse – E mi accompagnasse alla scuola – E che avesse un cancello con le rose – Questa mia scuola, con le monache francesi. -E che monachella fosse la maestrina – Che m’insegnasse tante cose di Dio – E mi dicesse, mentre le bacio la mano: – Santo, piccino mio. – E salterei e correrei e giocherei. – E tutto mi sembrerebbe bello. – E dopo la scuola, tornerei a casa: – Dieci al dettato e dieci alla poesia – E vorrei che mia madre abbracciandomi mi dicesse: – Gioia, speranza mia! – Mia madre, che da bambino ho perduto – E che ho pianto per tutta la vita!»). Rimase solo col nonno nella piccola trattoria, Raffaele, e i disappunti aumentarono. Il nonno era particolarmente severo quando lui ritardava nell’eseguire le commissioni. «Scommetto che ti sei fermato a guardare i giornali presso un’edicola», lo redarguiva, ed erano guai se si accorgeva che il ragazzo aveva speso parte delle mance per acquistare qualcuno dei tanti giornaletti letterari dell’epoca. «Una volta», mi raccontò Raffaele Chiurazzi, «dovetti sostenere una vera e propria battaglia con mio nonno per salvare un giornale con una foto di Salvatore Di Giacomo, il mio idolo». Stava succedendo, infatti, qualcosa di abbastanza strano: il piccolo Raffaele, benché avesse interrotto gli studi, si interessava con accanimento di poesia. E quando poteva leggere almeno una strofa in dialetto napoletano, per lui era una festa. Dovette sopraggiungere la morte del nonno (cui fece seguito il passaggio in mani creditrici della trattoria) perché Raffaele, ventenne, potesse liberarsi dell’odiata giacca bianca: un certo don Pasquale Troiani, suo vicino di casa, titolare di un laboratorio di intaglio in legno al Cavone a piazza Dante, lo assunse come aiutante. Raffaele si rivelò un ottimo scultore in legno e le ordinazioni di putti e di angeli, che poi passavano all’indoratore, erano in continuo aumento. Da allora, Chiurazzi diventò ufficialmente scultore in legno: un celebre artista napoletano, Emilio Franceschi, autore della statua a Ruggero il Normanno, lo ebbe discepolo appassionato; infine, emancipatosi, mise su, insieme con un certo Salvatore Cartelli, un laboratorio in proprio. («I putti dei letti matrimoniali di mezza Napoli sono stati scolpiti da me», mi disse con orgoglio Chiurazzi). Aveva trent’anni, adesso, e un lavoro che gli fruttava abbastanza; ma nelle ore di libertà non faceva altro che leggere poesie di autori napoletani; inoltre componeva lui stesso versi dialettali. Li scriveva, occorre precisare, soltanto per esaudire una sua vocazione, non per l’ambizione di vederseli pubblicati; rappresentavano, per lui, nient’altro che uno sfogo. Sentiva, intanto, che gli mancava qualcosa. Ed ecco Nannina, la figlia di un carpentiere edile di via Salute diventare sua moglie. Nannina sarà uno dei nomi che più ricorreranno nella musa di Raffaele Chiurazzi. Anche nella sua stagione più avanzata, Chiurazzi dedicherà poesie alla sua Nannina. In quella che s’intitola ‘O specchio, lui vede la sua compagna tirar fuori dalle casse tanti abiti e si domanda quale motivo abbia la donna per agghindarsi: non si accorge che ormai è soltanto una vecchia? «Ma ll’anne nun ‘e conta? – Chi ‘o ssape comme fa? – M’avoto. E ‘a dint’ ‘o specchio – ‘N’ommo veco assettato – Chi è? Pare ‘nu viecchio – C’ ‘o saccio… Uh, Dio! Songh’i». («Ma gli anni non li conta?’ – Chissà come fa. – Mi volto. E nello specchio – Vedo un uomo seduto – Chi è? Sembra un vecchio – Che pure io conosco… O dio! Sono io…».) Fu la strada dei Cristallini, dove nel frattempo si era trasferito, a portargli fortuna: nel 1905, Raffaele Chiurazzi vide per la prima volta stampata una sua poesia e, per giunta, su di un giornale ove risplendevano anche le firme di Di Giacomo, di Bovio e di tanti altri «grandi». Era dedicata, quella poesia, alla campana della chiesa di San Vincenzo alla Sanità, che sorge proprio all’imbocco dei Cristallini: «Campana bella e allegra – Ca ‘mpunto miezujuorno suon’ a gloria. – Campana ‘e San Vincenzo ‘a Sanità – Pe’ ‘st’aria ‘e primmavera – Passa ‘sta vocia toia ca spannennose – Lentamente a sperdere se va». («Campana bella e allegra – che a mezzogiorno in punto suoni a gloria – Campana di San Vincenzo alla Sanità, – Per quest’aria di primavera – Passa questa tua voce che spandendosi – Lentamente si va a sperdere».) Quella sera stessa, la sera in cui uscì il giornale, al caffè “Targiani”, che apriva i battenti accanto al Museo Nazionale e che era una specie di succursale del “Gambrinus” (con la differenza che qua si riunivano i grandi artisti, mentre là si davano convegno gli esordienti), comparve improvvisamente Salvatore Di Giacomo. «Scusate», disse il poeta al cameriere, «c’è qui un tale che si chiama Chiurazzi? Vorrei conoscerlo». La produzione poetica si intensificò. Aniello Costagliola, uno fra i più illustri critici teatrali napoletani dell’epoca, volle conoscerlo e volle spingerlo a scrivere, appunto, per il teatro. Ed ecco che Chiurazzi sforna ‘A mercante, Donna Nunziata, Figlio mio, Graziella ‘nfamità, ‘O battesemo, ‘E palomme, Cinematografia, ‘A fattura, Autunno e, in collaborazione con lo stesso Costagliola, ‘O cumitato, ‘A femmena, L’agnello pasquale, ‘O cantastorie e Sartulelle. Si trattava, per la maggior parte, di drammoni o di commedie a forti tinte che tuttavia non mancarono di essere rappresentate dalle più popolari compagnie teatrali del tempo, quella di Eugenio Fumo e Salvatore Cafiero del “Trianon” e quella diretta da Libero Bovio e da Ernesto Murolo al “Nuovo”, che vantava poi, come prima donna, la bravissima Mariella Gioia. Di così feconda produzione teatrale, l’opera più notevole è con ogni Probabilità ‘O cumitato, quella a cui aveva dato il suo apporto Costagliola. Nella Napoli di quei tempi, bisogna premettere, era considerato grande onore venir eletto “superiore” di una congrega; la congrega era quella organizzazione che provvedeva al mantenimento di una cappella funeraria al cimitero di Poggioreale. I confratelli di ciascuna congrega avevano diritto ad una nicchia ove seppellire i parenti e dove andare, quando più tardi possibile, essi stessi a riposare; per statuto i confratelli erano eleggibili, a turno, alle varie cariche sociali. Le migliori famiglie napoletane, nei decenni passati, erano in lotta feroce per far conquistare a uno dei loro membri il grado di “superiore”. Questi doveva badare al continuo abbellimento della cappella, ma in compenso aveva la gioia di potersi fregiare dell’ambito titolo sul biglietto da visita. Per descrivere nella commedia le vicende dei confratelli di una congrega in lotta fra loro per la conquista della carica di «superiore», Raffaele Chiurazzi pensò, anticipando un metodo realistico, di iscriversi alla Congrega dell’Addolorata che aveva sede sociale proprio in via Cristallini. Per sei mesi fu un confratello veramente disciplinato nonché puntualissimo nei pagamenti, poi di punto in bianco si dimise. Il giorno seguente 13 ottobre 1911, al “Mercadante” la compagnia di Gennaro Pantalena rappresentava ‘O cumitato in cui erano magistralmente e satiricamente descritte le lotte aperte e sotterranee di certi Police ed Evangelista, entrambi concorrenti all’alta carica di “superiore”. Fu un vero successo, e perfino Renato Simoni, critico del «Corriere della sera», ebbe parole di lode per Chiurazzi e Costagliola. Presentando la loro opera, gli stessi autori avevano scritto: «La critica onesta che noi invochiamo vedrà che ‘O cumitato non è soltanto una commedia di costume o anche di gergo, ma nasconde nelle pieghe del suo dialogo e nelle vicende dei suoi tipi tutta una intraducibile psicologia plebea, che è di Napoli e non può essere d’altrove. La minuta gente che si agita in una guerriglia di vanità e di bizze nella sede del comitato di beneficenza è quella stessa che più tardi, non fortificata da una qualsiasi educazione civile, accarezzata dal prete o dal massone, e accesa soltanto dalla febbre di un dominio tutto apparente del rione nativo, passerà al circolo elettorale a reggere sul suo cuore ingenuo e con la sua fatuità appagata l’astuto nostro mondo politico. Gente buona, in fondo, la quale sacrifica spesso la sua pace e i suoi interessi familiari all’orgoglio di capeggiare una processione religiosa e di attraversare il borgo quotidiano, accanto al parroco e al segretario comunale. Commedia spassosissima all’apparenza, in realtà dramma di anime e documento umano». La fortunata rappresentazione al “Mercadante” di ‘O cumitato ebbe qualche antipatica conseguenza. Chiurazzi, infatti, aveva commesso un errore, anzi un’imprudenza: aveva dimenticato, nella commedia, di conferire nomi fittizi ai due contendenti; questi, riconosciutisi e alleatisi per l’occasione, lo attesero nei pressi del Supportico Lopez di via Foria e gliele suonarono di santa ragione. Il nome di Chiurazzi, comunque, divenne, specie per il popolo minuto, di tale richiamo che Ernesto Murolo e Gaspare Di Maio, che dirigevano una compagnia dialettale, vollero scritturarlo come autore di “sceneggiate”. Per mille lire al mese Raffaele Chiurazzi doveva approntare talvolta decine di spettacoli l’uno dopo l’altro. Nel linguaggio napoletano si intende per “sceneggiata”, come è noto, il dramma costruito intorno a una canzone di successo: si trattava, è chiaro, di un lavoro senza nessuna pretesa artistica, si trattava di impastare polpettoni roboanti, tali da far singhiozzare incalliti guappi e prosperose comari, ma Chiurazzi, che aveva abbandonato il mestiere di intagliatore, vi si adattò volentieri. Dopotutto anche quelle erano esperienze, e gli servirono, poi, per la creazione di poesie aventi come soggetto fatti e personaggi del popolo minuto. Di quella gran quantità di sceneggiate il successo maggiore arrise a Zappatore, tratta dalla canzone di Bovio e Albano, rappresentata nel 1929. Durante l’ultima guerra mondiale, Chiurazzi non tralasciò di trarre stimoli poetici da episodi verificatisi nella Napoli cento volte bombardata. Ecco ‘Na mamma: «’A sirena ‘e l’allarme era sunata, – E ‘na mamma, ‘mpazzuta d’ ‘a paura, – Purtava ‘a figlia morta, arravugliata, – Dint’ ‘a ‘nu doppio scialle ‘e lana scura. – Ll’era morta ‘a matina, ‘a piccerella: Brunchite e pulmunite galuppante. – Era accussì gentile, biundulella, – C’ ‘a vulevano bene tutte quante. – E ‘sta mamma curreva, ma addò ieva? – Si ‘a porta d’ ‘o ricovero bluccata – Era d’ ‘a gente ‘nfrotta ca traseva? – Ma essa ce arrivaie tutta affannata. -Dint’a ‘nu lampo sollevaie ‘e braccia – Mustranno dint’ ‘o sciallo ‘a criaturella, – Cu ll’uocchie inchiuse e cu ddoi fosse ‘nfaccia: – Salvate a figlia mia ‘nnucente e bella! – Strillaie: ‘a figlia mia! Tenite astrinto! – E ‘a mappata passaie pe’ ciento mane, – C’ ‘a purtaieno pe ll’aria fino a dinto, – Cumme se passa ‘na palata ‘e pane. – Ma ‘na mbomma antrasatta che cadette – ‘A porta d’ ‘o ricovero schiantaie: – Sta mamma fulminata rimanette – E ‘a piccerella morta se salvaie!». («La sirena dell’allarme era suonata, – E una madre, impazzita per la paura, – Portava la figlia morta, avvolta – In un doppio scialle di lana scura. – Le era morta quella mattina, la bambina: – Bronchite e polmonite galoppante. – Era così gentile, bionda, – Che tutti le volevano bene. – E questa mamma correva, ma dove andava – Se la porta del ricovero, bloccata – Era dalla tanta gente che entrava? – Ma lei ci arrivò tutta affannando. – In un attimo sollevò le braccia – Mostrando nello scialle la creatura, – Con gli occhi chiusi e con le guance infossate. -“Salvate la mia figlioletta innocente e bella”! – Strillò: “è la figlia mia! Tenetela stretta” – E il fagottino passò per cento mani, – Sicché la portarono fin dentro tenendola alzata, – Così come si passa un pezzo di pane. – Ma una bomba che cadde d’improvviso – Schiantò la porta del ricovero: – Quella madre rimase fulminata – E la figlia morta si salvò.) L’ultimo filone poetico di Chiurazzi, quello a cui si dedicò quando aveva ormai raggiunto gli ottant’anni, e che è rimasto purtroppo in gran parte inedito, si era andato orientando verso un genere molto più sanguigno, che aveva come soggetto la gente dei vicoli e che si ricollegava, a ben guardare, alla sua prima produzione, quella che descriveva il pellegrinaggio di Montevergine o il funerale di un camorrista, o che narrava (come nella celebre Cosce ‘argiento, cavallo di battaglia di molti attori) le birichinate di un monello. Già piccolo di statura, negli ultimi anni della sua vita Chiurazzi era diventato addirittura evanescente e, ormai stanco, andava a trascorrere le sue giornate nella modesta bottega di merceria gestita dal figlio Mario e dalla nuora Addolorata Panico. Si divertiva a porgere ai clienti bottoni, chiusure-lampo, spilli, aghi, filo per cucire, matasse di lana, carbone e carbonella di ogni tipo. Il 3 dicembre 1957, quando si spense, la gente dei Cristallini perse il suo più autentico appassionato cantore. Ma lui, chissà, forse aveva ritrovato il sorriso di una bimba, quella del rifugio antiaereo.

Fonte: Napoletani si nasceva di Vittorio Paliotti