Pupella, l’ultima prima donna

Alla storia della sua vita appartiene una vicenda, durata anni, che è la sintesi del suo bisogno di sentirsi madre e che, per quel che io sappia, finora non è mai stata rivelata anche se circola con insistenza negli ambienti teatrali. Nel 1995, dunque, quando aveva già ottantacinque anni, le capitò di ritrovare, a Roma, un giovane cantante, napoletano come lei, che aveva conosciuto tempo prima, al festival di Todi. Quel giovane cantante, omosessuale e ammalato di Aids, era stato abbandonato da tutti i suoi parenti. A cominciare dal padre. «Sì, a cominciare dal padre», mi conferma l’anziano cantante e attore Pasquale Converso, fondatore e animatore di un “Trio Convers” che fu popolarissimo e amatissimo. «Ex incallito borseggiatore, quell’uomo non perdonava al figlio di avergli impedito di seguirlo nelle sue tournée canore dove, mescolandosi alla folla, avrebbe potuto pressoché impunemente far razzia di portafogli. Così il giovane cantante era rimasto solo, in una città che gli era estranea, a fronteggiare una malattia terribile. Be’, Pupella, con la scusa che aveva bisogno di compagnia, lo fece venire a casa sua e lo curò e l’assisté fin quando fu umanamente possibile». Non ha dubbi, Pasquale Converso: Pupella Maggio, la grande attrice napoletana, che pure all’età di ventidue anni aveva messo al mondo una figlia, Maria Antonietta, che pure aveva interpretato il ruolo della madre in Natale in casa Cupiello di Eduardo De Filippo e in La madre di Bertolt Brecht, Pupella Maggio si sentì pienamente realizzata quando prestò soccorso al giovane cantante ammalato di Aids. Chissà, forse anche perché le ricordava la commedia Persone naturali e strafottenti, di Giuseppe Patroni Griffi, in cui lei aveva sostenuto il ruolo di Violante, la donna che, simboleggiando Napoli, si prende cura di un negro, un omosessuale e un travestito. Pupella Maggio è considerata, e giustamente, la più grande attrice napoletana del Novecento. Per la naturalezza della sua recitazione, che era infatti una “non recitazione”, per le particolari scansioni della sua voce, per quel suo fisico ai limiti dell’essenzialità (pesava quaranta chili), per i suoi occhi trafiggenti più che pungenti; inoltre per aver interpretato testi non solo di Eduardo De Filippo e di Raffaele Viviani. ma anche di Shakespeare, di Gorki, di Brecht, di Becket, di Campanile; infine per essere stata diretta da alcuni fra i maggiori registi dei suoi tempi, da Luchino Visconti a Virginio Puecher, da Vittorio De Sica a Giuseppe Patroni Griffi a Federico Fellini allo stesso Eduardo De Filippo. Nella compagnia di Eduardo De Filippo, che la volle nei ruoli precedentemente ricoperti dalla sorella Titina, Pupella lavorò complessivamente sedici anni, fra alti e bassi, tra fughe e ritorni. E fu tramite una commedia di Eduardo De Filippo, Sabato domenica e lunedì, del 1959, che Pupella, già quarantanovenne, ebbe modo di poter rivelare a pieno tutte quelle che erano le sue straordinarie doti di attrice mettendo una grossa pietra sul suo passato di “generica” e magari anche di guitta, e protendendosi verso un futuro di autentici impegni artistici. In Sabato domenica e lunedì Pupella interpretava il personaggio di Rosa Priore, una casalinga che aveva votato ogni istante della sua vita alla domestica felicità del marito fino a specializzarsi nel domenicale “ragù”, l’intingolo da lui preferito, ma che riceve l’estrema onta sentendo che l’uomo per il quale tanto si era sacrificata, si abbandonava sì a pubbliche lodi della culinaria ghiottoneria ma non a quella preparata da lei bensì a quella messa a punto da un’altra donna. «Lo so, è stato Eduardo a darmi modo di essere quella che sono, e gliene sarò sempre grata», ripeteva Pupella ogni volta che se ne presentava l’occasione. Ma ciò non le impedì mai di compiere gesti di grandissima dignità e se necessario di contestazione, nei confronti di quello che era stato il suo maestro. E in questo si differenziò nettamente da molti altri attori napoletani che accettarono, di Eduardo, qualsiasi atteggiamento, anche il meno simpatico. Eduardo De Filippo, in realtà, quando era nelle funzioni di capocomico e di regista, si comportava spesso in maniera esageratamente severa con i suoi scritturati. È diventato addirittura proverbiale, a Napoli, la vicenda di un imprevedibile rimbrotto che, a scena aperta, Eduardo rivolse una volta all’anziano e bravissimo Amedeo Girard, colpevole di aver pronunciato una battuta in maniera non del tutto esatta. In quella occasione, dunque, De Filippo smise di recitare e in tono severo, come chiamando a testimoni gli spettatori, sentenziò: «L’attore Girard deve aver dimenticato la sua parte». Poi, fissando il malcapitato, riprese: «Signor Girard, per piacere, proferisca la frase come sta sul copione». Un simile comportamento da parte di Eduardo nei confronti di Pupella sarebbe stato assolutamente impossibile. Provvide lei stessa a mettere subito le cose in chiaro. Agli inizi del suo rapporto con Eduardo, mentre provava Natale in casa Cupiello, Pupella si accorse che l’autoreregista-attore, anziché guardare lei, fissava il vuoto della sala. Allora andò vicino a Eduardo, gli girò la testa con una mano e disse: «Se lei non mi guarda in faccia, io non posso recitare». Sembra che proprio allora nascesse l’amicizia fra Eduardo e Pupella. Un’amicizia che, paradossalmente, fu convalidata da un altro screzio verificatosi durante la prima rappresentazione della stessa commedia. Accadde questa volta che, proprio come anni prima era capitato ad Amedeo Girard, Pupella pronunciasse una battuta in maniera imprecisa. Eduardo non osò anche adesso interrompere la commedia; volle, invece, fingere sorpresa e, con lo scopo evidente di far rilevare all’attrice l’inesattezza e, nel contempo, di metterla in imbarazzo, fece: «Che hai detto? Non ti ho capito». Replica immediata di Pupella: «Ma che, sei diventato sordo?». Il pubblico rise fragorosamente e applaudì. Addirittura, da allora, quello scambio di battute fu, dallo stesso Eduardo, “messo a copione”, codificato cioè nel testo ufficiale. Apparteneva a una delle più vaste e note famiglie napoletane di attori, il cui capostipite fu un Domenico Maggio detto Mimì, nato nel 1879, che aveva disertato la pizzeria paterna per sposare una Antonietta Gravante figlia di saltimbanchi e che, per seguirla, si era messo anche lui a lavorare da guitto. Questo Mimì Maggio, donnaiolo accanito, per zittire la moglie la costrinse a far figli in continuazione e infatti lei gliene partorì ventuno; e dei tredici che sopravvissero, almeno sette divennero anch’essi attori: Enzo, Beniamino, Dante, Pupella, Icadio, Rosalia e Margherita. Fra i maschi emergeranno Dante e Beniamino, fra le donne la bellissima Rosalia e, appunto, la filiforme Pupella. Gli sviluppi artistici dei vari Maggio avranno il privilegio di essere spiritosamente esaminati dallo scrittore Oreste del Buono. Quando Pupella nacque, il 24 aprile 1910, i genitori abitavano in via Carriera Grande, a due passi da quella piazza della ferrovia ove sorgeva il teatro “Orfeo” presso il quale, appunto, sia Mimì Maggio che Antonietta Gravante lavoravano. Appena, sul palcoscenico dell'”Orfeo”, Antonietta fu colta dalle doglie, interruppe il duetto che stava recitando col marito e corse nella vicina abitazione per partorire. Alla bimba fu dato il nome di Giustina, ma già un anno dopo diventò per tutti Pupella: fu quando i genitori la deposero in un cestino e la portarono sul palcoscenico dell'”Orfeo” dove si doveva rappresentare La pupa mobile, una farsa che nel 1899 Eduardo Scarpetta aveva ricavato da La poupée di Ordonneau. All’età di appena un anno, insomma, Pupella Maggio ricevette i primi applausi dal pubblico napoletano, non importa se un pubblico dai gusti grossolani quale era, appunto, quello dell'”Orfeo”. Una vita già allora fatta di casa e teatro, anzi più di teatro che di casa. All’età di otto anni, Pupella ricoprì il ruolo di “divetta” cantando, con accompagnamento di mandolino, nella sceneggiata Vita ‘e notte, di cui era prima attrice Titina De Filippo. Tipica della narrativa d’appendice, la trama di quella sceneggiata: porgendo l’elemosina a uno scugnizzello, una contessa, interpretata da Titina De Filippo, scopre, da una medaglietta, di essersi imbattuta nel “figlio della colpa” da lei abbandonato, in fasce, sui gradini di una chiesa. Fu, quello, il primo incontro professionale di un componente della famiglia Maggio con uno della famiglia De Filippo. E, certo, allora Pupella non poteva immaginare che, un giorno, avrebbe sostituito proprio Titina nel ruolo di partner artistico di suo fratello Eduardo. Più tardi Pupella fece, con i familiari, la scavalcamontagne, un giorno recitando in un paese, un altro in un altro. Erano i tempi della compagnia Mimi Maggio-Roberto Ciaramella-Silvia Coruzzolo, forse i tempi più duri della vita di Pupella. Lavorò col padre e i fratelli complessivamente undici anni. Non esitò, poi, a fare l’operaia nelle acciaierie di Terni e la modista a Roma. Ebbe una figlia con un siciliano geloso e una convivenza con un falegname. Tornò al teatro, anzi al varietà, sul finire del 1944, in una Roma occupata dagli Alleati, interpretando un ruolo maschile senza che gli spettatori, tutti militari angloamericani, nemmeno si accorgessero di trovarsi al cospetto di una donna. Andava prendendo consistenza, fatica dopo fatica, quella Pupella che, come primadonna, incanterà il pubblico e stupirà i critici. Tra i vari fratelli e sorelle di Pupella che, come lei, lavoravano nel campo teatrale, ce n’erano due, e precisamente Dante e Beniamino, che nutrivano, nei confronti di Eduardo De Filippo, sentimenti contrastanti. Dante lo odiava, Beniamino lo venerava. Dante, tanto per dirne una, anzi qualcuna, detestava a tal punto Eduardo De Filippo che allorché questi, nel 1945, diede al “San Carlo”, in una serata di beneficenza, Napoli milionaria, subito lui scrisse e mise in scena una farsa che polemicamente volle denominare Napoli non è milionaria ma si puzza di fame. E quando, di lì a poco, l’amministratore della compagnia di Eduardo, Guido Argeri, bussò alla sua porta per chiedergli di eliminare, da quel lavoro, le più pesanti allusioni al maestro, lui rispose con una sghignazzata. Da parte sua Beniamino Maggio, invece, andava ad assistere a tutte le “prime” di Eduardo, applaudiva freneticamente, e a spettacolo concluso lo raggiungeva nel camerino per fargli le sue congratulazioni e per offrirgli confetti. Naturalmente Dante e Beniamino erano in disaccordo anche fra di loro. E lo erano perfino in merito al giudizio su Pupella. Dante la definiva, ironicamente, “la nostra Eleonora Duse”. Beniamino, da parte sua, la stava ad ascoltare a bocca aperta. Fu dunque anche per far dispetto al fratello Dante che Beniamino, quando nel 1954 Eduardo De Filippo fondò la compagnia “scarpettiana” (di cui era direttore ma in cui personalmente non recitava), andò a trovarlo al teatro “San Ferdinando” e gli disse: «Direttò, perché non scritturate mia sorella Pupella? Secondo me, quella fa proprio al caso vostro. Checché ne dica Dante». «Si può vedere», borbottò Eduardo. Da allora, così, Pupella Maggio entrò a far parte della “scarpettiana” per essere chiamata, tre anni dopo, a entrare nella grande compagnia di Eduardo come primadonna, il ruolo, appunto, che in precedenza era stato di Titina. Incominciò, come abbiamo visto, con Natale in casa Cupiello. I rapporti con Eduardo, bisogna dire, erano stati poco idilliaci fin dai tempi della “scarpettiana”. Un esempio: l’attore Pietro De Vico, anche lui componente di quella formazione, volle, un giorno, spendere una parola a favore di Pupella. «Direttò», disse, «Pupella non ce la fa proprio a tirare avanti con la paga che le date. Avrebbe bisogno di un piccolo aumento». Eduardo De Filippo si produsse un sorrisetto. «Ah, la signora Maggio non ce la fa? E allora vuol dire che la sostituiremo con un’attrice che ce la fa», rispose. E buon per lui se, dopo, si decise a darglielo, quel piccolo aumento, altrimenti non si sarebbe trovato accanto, come sua partner sul palcoscenico, l’attrice che si qualificherà come l’ultima primadonna del teatro. E, forse, non solo di quello napoletano. L’incredibile successo personale riscosso interpretando il ruolo di Rosa Priore in Sabato domenica e lunedì aveva richiamato, su lei, l’attenzione dei più grandi registi italiani e stranieri. Sicché Pupella, nel 1960, mese di dicembre, lasciò la compagnia di Eduardo De Filippo ed entrò in quella formata da Luchino Visconti per la rappresentazione di L’Arialda di Testori. Purtroppo un provvedimento della magistratura, sensibilizzata soprattutto dal personaggio interpretato da Pupella, bloccò le repliche di quello spettacolo, accusato di oscenità. E dire che Pupella, proprio con L’Arialda, intendeva inviare un messaggio a Eduardo De Filippo che poco prima, appellandosi a una clausola contrattuale, le aveva impedito di partecipare al film Rocco e i suoi fratelli, dello stesso Visconti. E quasi per sottolineare la sua autonomia, lavorò in La ciociara di De Sica, in Amarcord di Fellini, e in La Bibbia di John Huston. Tornò nella compagnia di Eduardo nel 1962, andando in tournée in tutta Europa; e vi tornò nel 1969 e nel 1970. La grossa rottura con Eduardo maturò quando il grande attore e autore, sposatosi con Isabella Quarantotto, voleva dar preminenza, nella compagnia, alla giovanissima Angelica Ippolito, figlia di primo letto della moglie. «Eduà, statti buono. E auguri alla signorina», gli disse. Ma, di Eduardo, rimase una convinta ammiratrice ed estimatrice. Sul piano dei sentimenti fu, sempre, pressoché sola. Un matrimonio, fatto ai tempi della “scarpettiana”, con un uomo di vent’anni più giovane di lei, Luigi Dell’Isola (futuro direttore del teatro “San Ferdinando”), finì con una separazione. Anche la figlia si era fatta una sua vita sicché lei, nella sua casa romana di via Nemorense, smagrita e gracile come era, pareva la silhouette di se stessa. Una silhouette, però, carica di energia, di volontà, di ironia. Poca luce in tanto spazio intitolò il libro autobiografico che scrisse nei suoi ultimi anni. Si spense l’8 dicembre 1999 nell’ospedale “Sandro Pertini” di Roma. Ebbe onoranze pari a una regina. Aveva scritto, in una sua poesia: «Sono brutta, nun so’ bella – chesta so’, ‘na cartuscella, – ‘na palomma cu una scella». Un pezzetto di carta, una farfalla con una sola ala. Questa sono.

Fonte: Napoletani si nasceva di Vittorio Paliotti