L’oro di Marotta

Bisogna dirlo o, meglio, bisogna non dimenticarlo: nel suo ambiente aveva, a Napoli e anche fuori Napoli, pochissimi amici. Il successo che riscuoteva ogni suo libro, ogni suo racconto, perfino ogni sua canzonetta, non gli veniva perdonato. Come, uno che proviene dal rotocalco, uno che non ha il viatico del clan, permettersi di entrare nel grande filone della narrativa italiana, e a vele spiegate, senza inchini e senza genuflessioni? Non gli veniva perdonato nemmeno il fatto che piacesse molto alle donne. Lo guardavano, gli altri scrittori, con un atteggiamento tra l’offeso e il benevolo: don Peppino, questo non ce lo dovevate fare.

marottaPerciò, un poco alla volta, lui prese l’abitudine di togliere il saluto a molti. E scelse, polemicamente, quali amici di ogni giorno, un paio di guappi, tre o quattro magliari, due o tre venditori ambulanti. Con essi si intratteneva, ogni mattina, ai tavolini di un bar della Galleria Umberto, con essi discuteva di automobili, di teatro e di cinema. La morte fu ingenerosa con lui così come lo era stata la vita. Era il 10 ottobre 1963 quando un edema polmonare lo stroncò: nello stesso giorno crollava una diga al Vajont e perciò sui giornali vi fu, anche in quella occasione, poco spazio per lui. Napoli invece, quella del popolo più minuto, e specie quella del Pallonetto di Santa Lucia, sobbalzò e si disperò; e del resto esisteva un legame saldissimo fra lo scrittore e i luciani. Per comporre i suoi ultimi racconti, quelli della serie degli Alunni del tempo, si inerpicava una o due volte alla settimana su per i gradoni del Pallonetto e, proprio come il suo personaggio, don Vito Cacace, chiamava a raccolta pescatori contrabbandieri e bottegai, e si metteva a leggere i giornali raccogliendo poi i giudizi di quei suoi ascoltatori sulle vicende curiose e assurde, liete e amare che accadevano nel mondo. Di tali imprevedibili colloqui ho avuto più volte, vorrei dire quasi sempre, il privilegio di essere stato testimonio: anche per questo mi fu dato l’incarico, dall’editore Bompiani, di curare le sue opere postume Il teatrino del Pallonetto e Di rif e o di raf e. Le notizie che seguono, e che mantengo volutamente scarne, mi vennero fornite direttamente da lui (talune sono riscontrabili anche nei suoi scritti) e assumono, dunque, più un valore autobiografico che non biografico. Allevato in un basso, cresciuto nei vicoli, Giuseppe Marotta continuò a vivere fra gli umili anche dopo che si fu affermato come scrittore di grande notorietà; perciò poté recuperare certi aspetti di Napoli che, invece, venivano negati da coloro che pretendevano di parlare di un’intera città senza uscire dal chiuso della loro biblioteca o, tutt’al più, facendo quattro passi nelle zone panoramiche dei neocapitalisti. Era nato il 5 aprile 1902, a Napoli, in via Nuova Capodimonte.

marotta-3Suo padre, Giuseppe senior, avvocato, aveva sposato, verso il 1880, una ragazza della buona borghesia irpina; un matrimonio nient’affatto felice, e che indusse l’uomo a ripiegare sulla cameriera, certa Olimpia, che gli regalò perfino una bambina, Emma, di cui si perderà ogni traccia. Rimasto vedovo, l’avvocato Marotta incontrò a Napoli la donna che doveva rappresentare davvero l’amore: si chiamava Concetta Avolio, era una sartina e aveva trent’anni meno di lui. Nipote di un celebre camorrista, un Antonio Fiorentino che all’età di ottant’anni tirava ancora di coltello, figlia del suonatore di pianini Ferdinando Avolio, la giovane Concetta non fu insensibile al corteggiamento del maturo avvocato: di questo matrimonio furono testimoni uno scaccino e un imbianchino. Giuseppe, quando nacque, andò ad aggiungersi alle sorellastre Ada e Maria, nate dalle prime nozze di suo padre. Questi, di lì a poco, si trasferì ad Avellino insieme con la famiglia. Fino all’età di sette anni il piccolo Marotta visse ad Avellino. Poi il padre, gravemente ammalato di tisi, volle tornare a Napoli, anche perché era ridotto in disagiatissime condizioni e sperava in qualche sussidio dai parenti. Andarono ad abitare nel popolare quartiere di Materdei, in vico Sant’Agostino degli Scalzi, quello stesso che farà da palcoscenico a tanti racconti di L’oro di Napoli; ma l’aiuto dei parenti ricchi non ci fu, anzi nessuno di essi si fece mai vivo e la famiglia continuò a languire nell’indigenza. D’improvviso la salute dell’avvocato Marotta peggiorò. «Fategli credere che, almeno, dopo la sua morte aiuterete i figli. Mentitegli affinché muoia tranquillo!», implorò la signora Concetta all’arciprete Aurelio, cugino del marito. Solo dopo aver messo in chiaro che a quella promessa bisognava dare nient’altro che il valore di una pietosa finzione, il prelato si decise ad avvicinarsi al capezzale dell’infermo. L’avvocato Maratta si spense il 3 febbraio 1911 e, per pagare i funerali, Concetta Avolio dovette vendere mobili e suppellettili. Si ridusse ad abitare, con i tre bambini, in un unico camerone senza finestre, al piano terreno della chiesa di Sant’Agostino degli Scalzi: un basso, appunto.

marotta2E non mancarono altre mortificazioni: quando Concetta provò a chiedere alla cognata, Luisa Nardi, il permesso di inumare le spoglie del marito nella nicchia di famiglia, ottenne un drastico rifiuto. A malapena, la sorella dell’avvocato accondiscese a ricevere ogni giorno, a casa sua, il piccolo Giuseppe perché ritirasse, riuniti in un pentolino, i resti del pranzo. Col piatto sulle ginocchia (non disponevano nemmeno di una tavola) i tre orfani si contendevano quasi ferocemente quegli avanzi disgustosi. Fu in quel periodo che Giuseppe manifestò i primi sintomi della tubercolosi ossea, un male che farà sentire a lungo le sue conseguenze. Per fortuna Concetta Avolio trovò un impiego, a dieci lire la settimana, come guardarobiera e stiratrice, presso un facoltoso conte. Senza retorica e senza sdolcinature, la parola “mamma” ricorre spessissimo nei racconti di Marotta e anzi Le madri è il titolo di uno dei suoi più accorati libri. Ma che cosa non aveva fatto Concetta, per i figli? Per amore loro, cioè per toglierli dalla miseria, arrivò ad accettare la proposta di matrimonio di un anziano cameriere del conte, un certo don Salvatore; e sempre per amor loro, e cioè per non consegnarli ad un patrigno sgarbato, recitò poi una scena grottesca che mise in fuga il pretendente. Non aveva ancora tredici anni, Giuseppe, quando confidò alla madre di aver scritto una poesia. Chi avrebbe potuto giudicarla? Si pensò al conte, fidando anche nel suo eventuale mecenatismo, ma l’incontro fu a dir poco drammatico per il ragazzo: le strane manie del suo primo lettore lo indussero infatti a giurare di non mettere mai più piede in quella casa. All’età di quindici anni, completate le scuole medie, Marotta dovette andare alla ricerca di un impiego. Si era nell’autunno del 1917, gli uomini validi erano tutti al fronte e non gli fu dunque difficile, con l’artificio di alterare la propria data di nascita, farsi assumere nella compagnia del gas. In testa un berrettone nero, sotto il braccio un grosso registro, doveva verificare in media settanta contatori al giorno, doveva cioè addentrarsi in vicoli, salire scale, penetrare in stamberghe; e molto spesso veniva malmenato e anche picchiato da utenti che si ritenevano truffati: a causa delle restrizioni imposte dalla guerra, la compagnia erogava infatti un gas di lignite il cui bassissimo potere calorico faceva vorticosamente girare i contatori. Il tempo per scrivere, ora, riusciva a trovarlo solo di notte. Scriveva poesie e anche racconti; giornaletti come «Il capriccio» e «Il trionfo dell’amore» gliene pubblicavano volentieri senza però, naturalmente, offrirgli nemmeno una lira.

marotta-4Nel 1920, poi, insieme con un’altra decina di aspiranti poeti che, a tarda sera, si riunivano nel caffè “Uccello” di via Duomo, Marotta partecipò alla fondazione di un giornale: uno dei giovani poeti, Ubaldo Maestri, commesso in un negozio di abiti confezionati, aveva racimolato una decina di lire; si andò così dal tipografo, gli si portò il materiale e si approntò il primo numero. Ecco, fresco di stampa, il quindicinale «Il roseto». I ragazzi provvidero personalmente a distribuirlo nelle edicole e non si sottrassero nemmeno all’emozionante incombenza di pedinare i rarissimi compratori per scrutarne le reazioni. Col secondo numero vi furono delle complicazioni poiché, non avendo ricevuto la somma pattuita, il tipografo rifiutava di consegnare le copie: bisognò quasi rubargliele. La situazione fu resa rovente dalla concorrenza di un altro giornaletto di giovani, «La freccia», con i redattori del quale ogni giorno bisognava sostenere una vera e propria battaglia, a base di sassaiole. «Questioni di donne», diceva Marotta a sua madre, mentre lei lo medicava. E, come un amore sbagliato, «Il roseto» svanì nel nulla. Un poco alla volta, il giovane gasista si fece coraggio e incominciò a inviare racconti a veri giornali, come la «Tribuna illustrata» e «Noi e il mondo». Contrariamente ad ogni previsione, quegli scritti furono pubblicati; non solo, ma di lì a poco a Marotta giunse, da una di quelle testate, un assegno da cento lire: credette, lì per lì, che gli avessero mandato una tratta, che, cioè, toccasse a lui pagare per quell’ospitalità. Soltanto le rassicurazioni di un impiegato di banca gli restituirono la calma. Nel 1924, licenziato dalla compagnia del gas, Marotta rimase di nuovo senza una lira, e meno male che, nel frattempo, le due sorelle, Ada e Maria si erano sposate. Vivere a spese della madre, ancora stiratrice presso il conte, non era possibile, e visto che a Napoli non riusciva a farsi strada nell’ambiente giornalistico, Marotta pensò di muovere alla conquista di Milano, la capitale della carta stampata. Era il 6 gennaio 1925 e aveva ventitré anni quando, con le tasche gonfie di medagliette e di figurine di santi donategli dalla madre, montò sul treno per il Nord. Non era solo, per fortuna: gli faceva compagnia un carissimo amico, il ragioniere Michele Sarno. Arrivarono a Milano alle cinque del mattino, dopo un viaggio massacrante in terza classe. Faceva un freddo che pareva insopportabile. I due giovani possedevano, insieme, sì e no cinquecento lire e ne spesero subito cento per anticipare l’affitto di una buia stanzetta di corso Roma. A Milano tutto era più caro; e anche a Milano, non meno che a Napoli, il mondo dell’editoria pareva ostile, anzi ostile quanto mai: più volte Marotta e Sarno rimasero intere giornate digiuni. Un giorno, che proprio non ne poteva più dalla fame, Marotta, in un lampo di genialità spiritosa quanto disperata, disse all’affittacamere: «Avete un pezzo di pane? Mi serve la mollica per sfumare un disegno a carbone». La donna, offerto senza sospetti ciò che le era stato richiesto, non accennava ad andar via; evidentemente voleva assistere all’esecuzione del disegno. «Andatevene, mi togliete l’ispirazione», gridò allora Marotta. Rimasti soli, i due giovani si gettarono famelici sul pezzetto di pane. Sembra un aneddoto nato dalla fantasia di un umorista, questo, e invece è un episodio realmente accaduto. Ma ecco che le medagliette e le figurine dei santi napoletani incominciano a svolgere il loro compito. Tramite un annuncio economico, Michele Sarno fu assunto, come aiutocontabile, presso la casa editrice Mondadori; a sua volta Marotta, consigliato dall’amico, inviò una patetica lettera appunto ad Arnoldo Mondadori esponendogli tutta la squallida gravità della situazione in cui versava. Mondadori, che in quel periodo pubblicava «Il secolo XX», «Il giornalino della Domenica», «Novella» e «Comoedia», gli fece rispondere dal cognato Guido Cantini: per il giovane napoletano era pronto un posto di correttore di bozze e di dattilografo. Giuseppe Marotta, per la verità, non solo non sapeva scrivere a macchina, ma non era capace nemmeno di formare un numero telefonico; tuttavia dopo aver consultato un’enciclopedia alla voce bozze, si presentò, emozionatissimo, negli uffici redazionali. Lo affidarono a Umberto Fracchia, direttore di «Comoedia», che subito lo mise alla prova dettandogli una lettera. «Fu un disastro», mi raccontò Marotta. «Fracchia era già arrivato ad “affettuosi saluti dal tuo…” quando io non avevo ancora finito di scrivere “Caro Pirandello”. E tuttavia Fracchia fu molto generoso con me. Mi confermò infatti l’assunzione e, oltre ad assegnarmi uno stipendio di quattrocento lire al mese, mi fece un biglietto di presentazione per “L’illustrazione del popolo” affinché mi fosse pubblicato qualche racconto». Aiutato da G.B. Angioletti e favorito dalla circostanza che il quotidiano «Il secolo» si era fuso con i periodici Mondadori, Marotta un poco alla volta si fece strada in quella grande casa editrice e arrivò a collocare scritti su «Novella» che, allora, annoverava firme prestigiose come quelle di Titta Rosa, di Ravegnani e di Panzini. Gli intrecci macchinosi, i risvolti dolciastri e i finali improbabili di quei racconti non lasceranno alcuna eredità, per fortuna, ai racconti del vero Marotta quello che si rivelerà nel dopoguerra; svolsero, anzi, una utile funzione formativa. Peraltro quei primi racconti furono notati da Buzzicchini e Piazzi i quali, dando a Marotta consigli fraterni e mettendogli addirittura a disposizione le loro biblioteche, lo indirizzarono verso un tipo di scrittura più valida. Nel 1926, poi, «Novella» fu acquistata da Rizzoli e, radicalmente trasformata, venne affidata alla direzione di Enrico Cavacchioli. Per Marotta vi fu una nomina a redattore. Pur col grigiore del suo cielo, così diverso dall’azzurro di quello di Napoli, Milano fu sinceramente amata dal ragazzo di vico Sant’Agostino degli Scalzi. È vero: a Milano lui soffrì mille volte al giorno, ma Milano fu pur sempre la città che gli spalancò le porte dei giornali. «L’anno più difficile fu il 1927», mi raccontò Marotta. «Michele Sarno, vinto dalla nostalgia, ritornò a Napoli, dove gli era stato assicurato un impiego nelle ferrovie dello Stato. E io, non potendo più dividere le spese con lui, dovetti accontentarmi di affittare un letto in una cucina di operai in via Premuda. Ero costretto, figurati, a scrivere col foglio appoggiato a una valigia, al lume di una candela, perché mi era vietato di sprecare la corrente. E con gli scarafaggi che mi passeggiavano sulle scarpe». Ma il 1927 fu anche l’anno in cui Peppino poté finalmente respingere un vaglia di cinquecento lire inviatogli dalla madre e fu anche l’anno in cui condusse all’altare una ragazza ligure, Pia Montecucco. Certo: una volta preso atto del suo talento, Milano fu benevola con Marotta. Eccolo redattore capo di «Novella»; eccolo in un bell’appartamento di Porta Garibaldi; eccolo che riabbraccia sua madre, venuta a raggiungere il figlio che ora può perfino mantenerla. Erano iniziati i giorni pari. Nel 1933 Marotta uscì dalla Rizzoli mentre Cesare Zavattini, salito dalla valle padana a cercarsi un impiego di correttore di bozze, ereditava il suo posto di redattore capo di «Novella». Sicuro ormai della sua penna, l’ex verificatore del gas decise di sganciarsi dall’impegno redazionale e di vivere di collaborazioni. La sua firma compariva con assiduità sul «Giornale di Genova» e, soprattutto, sul «Guerin Meschino» ove, a quell’epoca, scrivevano uomini come Simoni, Veneziani, Fraccaroli e Buzzichini. Si seniva quasi ricco, ora. Guadagnava duemila lire al mese e sarebbe potuto essere felice: purtroppo il 21 maggio 1937 gli morì la madre. La nipote del camorrista, la figlia del suonatore di pianini ebbe una tomba a Musocco, lontana dal mare e senza sole. Superato lo sgomento (chi non ricorda la stupenda prefazione a L’oro di Napoli in cui evoca una visita a Musocco?) Marotta si immerge in un’attività febbrile. Nel 1938 collabora al «Bertoldo» di Rizzoli, con Guareschi, Mosca, Metz, Marchesi, nel 1939 è incaricato dall’editrice Ottavia Vitagliano di ristrutturare la rivista «Excelsior»; e poi racconti, elzeviri, rubriche. Ma le riviste di attualità leggera vengono ridimensionate dal fascismo e Marotta, che si è specializzato proprio in tale genere, si trova di nuovo in difficoltà. Non gli restò che montare su un treno per il Sud e fermarsi a Roma; trovò lavoro in una casa cinematografica e iniziò a collaborare al settimanale «Film». Pubblicò, proprio in quel periodo, alcuni libri umoristici fra i quali Tutte a me, Mezzo miliardo, La scure d’argento, Divorziamo per piacere, Questa volta mi sposo. Nel frattempo Aldo Borelli, che dirigeva il «Corriere della sera», l’invitò a mandare degli articoli: un altro passo importante era stato fatto, e quasi al momento giusto, perché ora Marotta aveva due figli da mantenere. Ma il vero Marotta, quello che centinaia di migliaia di lettori impararono ad amare, nacque nel 1947, con l’uscita di L’oro di Napoli, uno fra i più estrosi, fra i più curiosi, fra i più avvincenti libri che mai siano stati scritti sulla città partenopea. Nel giro di qualche mese, lo scrittore che sui giornali napoletani non aveva trovato spazio, divenne celebre e della sua opera dovettero occuparsi i maggiori critici letterari, primi fra tutti Emilio Cecchi e Carlo Bo. Preceduto dal clamore che il volume aveva suscitato, Marotta ritornò finalmente a Napoli: vi mancava da ventidue anni. L’impatto, sembra, fu meno romantico del previsto. Marotta si era infatti ripromesso di comportarsi, appena a Napoli, come il protagonista di una famosa canzonetta e cioè di abbracciare la prima persona che gli avesse rivolto la parola; ma quando un tassista gli ebbe chiesto una somma enorme per un percorso di meno di un chilometro, lo scrittore lo insultò ricorrendo all’intero repertorio della sua infanzia. Andò ad abitare al Vomero, in via Solimena, poi comprò una casa al Monte di Dio, nello stesso palazzo ove dimorava un celebre cardiologo, il professor Mattioli: afflitto da mille mali, per lo più immaginari, Marotta voleva avere sempre, a portata di mano, qualcuno che potesse soccorrerlo. Molti che riteneva amici, a Napoli, si rivelarono infidi. Ma i suoi successi, intanto, non subivano scosse. I lettori lo idolatravano. A Giuseppe Marotta i suoi racconti costavano un lavoro immenso. Non sopportava assonanze, lui, non tollerava luoghi comuni, aborriva le aggettivazioni ovvie. Impiegava notti intere per scrivere una paginetta, alla ricerca continua, come era, del vocabolo più appropriato; e dopo, quando aveva finito, controllava quasi ogni parola sul dizionario. Incominciava a scrivere, di solito, dopo il riposo pomeridiano. «Vieni a sederti nel mio studio», diceva a sua moglie, e mentre lei sfogliava una rivista o sferruzzava, lui ricopriva di una grafia regolarissima, in corsivo, fogli e fogli di extra-strong. Il suo studio aveva le dimensioni di una cella: nient’ altro che un tavolino piccolissimo e una scaffalatura con pochi libri e gli ingenui trofei con cui le sue canzoni venivano premiate. Dopo L’oro di Napoli lanciò una ventina di altri volumi, dei quali San Gennaro non dice mai no, A Milano non fa freddo, Gli alunni del sole, Mal di galleria e Le milanesi furono quelli che ottennero maggior successo. Diede alle scene commedie come Il calif o Esposito e Vado per vedove, fornì soggetti per il cinema (proprio da L’oro di Napoli Vittorio De Sica ricavò uno dei suoi film più notevoli) e, non pago, scrisse canzoni alcune delle quali, come Mare verde e ‘Mbraccio a te, sono ancora sulle labbra del popolo. «Sono il mio vizio di penna», diceva Marotta delle sue canzoni. E questo vizio, in un mondo che diventava ogni giorno più tollerante, gli veniva spesso selvaggiamente rinfacciato dai cosiddetti intellettuali, che ne facevano materia di dileggio così come sovente si profilava il boicottaggio di invidiosi parolieri: e giù querele, sfide a duello, risse. Il suo commento? Sta nel suo più celebre libro, eccolo: «Io nel mio funerale, ci voglio proprio una musica di posteggiatori: mi seguano, come mi hanno preceduto le canzonette. Quando sarò calato lentamente nella buca, esplodano le note furiose, rampanti, di Funiculì funiculà». Quella volta che l’accompagnai a Capri, quella volta che andai con lui a Ischia, quella volta che insieme con lui mi tuffai nello specchio d acqua di Santa Lucia… Non riesco, a questo punto, a sottrarmi alla tentazione di qualche ricordo personale. Giuseppe Marotta, voglio subito sottolineare, amava moltissimo il mare, lo prova il fatto che intitolò Mare verde la sua più celebre canzone, quella lanciata da Milva. Ma lo temeva anche. Questo timore, anzi questa paura del mare e, dunque, delle isole, era una conseguenza diretta della sua convinzione di dover essere, prima o poi, colpito da una grave malattia o, peggio ancora, da un improvviso malore. Come ho già detto, aveva comprato una casa in via Monte di Dio, nel medesimo palazzo ove abitava il più celebre cardiologo di Napoli e, quindi, sulla terraferma si sentiva abbastanza tranquillo. Non così per mare. Lo seguivo spesso, in quel periodo (metà inoltrata degli anni Cinquanta) sulle rampe e sulle scale del Pallonetto di Santa Lucia dove lui si recava per chiacchierare con pescatori e marinai. Io, anche se avevo la firma su un settimanale come «Oggi», ero poco più di un ragazzo, allora, e mi sentivo orgoglioso di poter sbandierare l’amicizia di quel famoso scrittore. Giuseppe Marotta stava vivendo, in quegli anni, la sua stagione trionfale: da poco Vittorio De Sica aveva tratto un film dal suo libro L’oro di Napoli; «L’Europeo» pubblicava le sue critiche cinematografiche e il «Corriere della sera» i suoi racconti, la televisione mandava in onda le sue commedie. Il nostro punto d’incontro era un bar della Galleria. Lì l’attendevano, per un caffè, un sedicente guappo, un magliaro e un venditore porta-a-porta di provoloni Auricchio. E da lì, ogni tanto, noi due ci muovevamo per le incursioni al Pallonetto. Uno di quei giorni, in Galleria, lo trovai che aveva un’aria particolarmente scocciata. «Mi vogliono dare un premio a Capri, gli “Oscar della canzone”. E previsto perfino un mio lungo intervento in tv. Ma come ci vado, a Capri, come ci vado? Se mi sento male? Se mi viene una mossa? Farmi accompagnare da mia moglie? Ma quella, Pia, sta più inguaiata di me», mi disse, tutto d’un fiato. Finsi disappunto: «Io a Capri ci devo andare per forza. Mi ha telefonato stamattina il settimanale “Oggi”. Vogliono un servizio proprio sugli Oscar della canzone». «Meno male, meno male!», scattò. «Meno male che ci sei tu». Sul vaporetto incontrammo Giovanni Leone, allora presidente della Camera. E Leone, che nell’isola era di casa, fornì a Marotta un paio di numeri di telefono di bravi medici di Capri. Parve risollevato, e anche in tv andò tutto bene. Fu in circostanze analoghe che andai con Giuseppe Marotta a Lacco Ameno d’Ischia, dove lui doveva ricevere un premio come critico cinematografico e io dovevo scrivere un articolo sulla manifestazione. Al molo Beverello già appariva in ansia. Sopraggiunsero, per fortuna, Ugo Tognazzi ed Anna Magnani e Peppino, a furia di recitare la parte del coraggioso, prese coraggio davvero. Una domenica d’estate mi telefonò per chiedermi di accompagnarlo a farsi un tuffo a mare. Scelse il bagno “Savoia”, superstite stabilimento della belle époque, lì a Santa Lucia. Stavo per discendere, insieme con lui, la scaletta, ma ne fui trattenuto: «No, tu devi rimanere qua, sullo stabilimento, e non mi devi perdere di vista. Se ti accorgi che mi è venuto un malore e sto affogando, mettiti a gridare e avverti il bagnino». Si tuffò e prese a nuotare. Io, come promesso, dall’alto lo sorvegliavo attentamente. Vicino a me, sulle tavole, cinque o sei ragazze, distese al sole, prendevano la tintarella. Ad un tratto, una di quelle ragazze si alzò e mi raggiunse. «È tuo padre, quel signore che sta con te?», mi chiese. «È un mio collega», buttai là. «Ma è o non è Giuseppe Marotta?», incalzò la ragazza. «Sì è Marotta», confermai. La ragazza tornò correndo dalle sue amiche. «È lui! È proprio Marotta», gridava. Di lì poco dopo Peppino risalì, grondante acqua, dal mare. Fui io allora, a scendere in acqua. Quando a mia volta risalii, lo trovai circondato da quelle ragazze. Pendevano dalle sue labbra. «Vittorio, vieni che ti presento», disse Marotta. E aggiunse: «Vittorio è un giornalista del settimanale “Oggi”, un milione di copie. E sta per uscire un suo romanzo». Ma quelle ragazze non avevano occhi che per lui.

Fonte: Napoletani si nasceva di Vittorio Paliotti