Jansen, il Salgari di Mergellina

jansenFino a quando non prevalsero, sui romanzi di avventure, quelli di fantascienza, fu celebre in tutta Italia; era considerato, subito dopo Luigi Motta, l’emulo, il continuatore, il rivivificatore di Emilio Salgari; per almeno un trentennio ebbe fra i giovanissimi, ma anche fra gli adulti, decine di migliaia di lettori che lo idolatravano e che si appassionavano alle vicende dei suoi eroi, per lo più ambientate sui mari dell’Estremo Oriente, o nelle giungle indiane o nelle praterie del Sudamerica. Il devastatore del mare, La scomparsa del Golden Wave, L’Indostan misterioso, La nave dei tesori e decine e decine di altri suoi libri, in gran parte editi da Sonzogno (lo stesso che, allora, pubblicava i testi di Salgari) raggiunsero tirature altissime. Sulle sgargianti copertine recavano un nome che era quello suo vero, non uno pseudonimo: Pietro Gerardo Jansen. Questo nome era spesso seguito, come appunto voleva la lezione salgariana, da un titolo, quello di “capitano marittimo”, che faceva ulteriormente sognare i giovani lettori. E nel sogno s’incuneava l’interrogativo: in quale lembo del mondo sarà nato questo Pietro Gerardo Jansen? In Inghilterra? In America? In Germania? Il casato straniero autorizzava ogni ipotesi. Ma eccoci in grado di fare, a molti anni di distanza dalla sua morte (si spense settantenne, nel 1963) quella che, almeno per la maggior parte dei suoi antichi lettori, suonerà come una rivelazione: Jansen era napoletano, un napoletano di Mergellina, e nella sua casa di Mergellina scrisse, fra un imbarco e l’altro, i suoi cinquanta romanzi d’avventure. Pietro Gerardo Jansen, napoletano, non riscosse certo, come autore di romanzi d’avventure, la fama che circondò Emilio Salgari, veronese. In cambio, però, riuscì a realizzare, per se stesso, a rendere cioè concreta, quella che di Salgari era stata solo una inconsistente leggenda: davvero, infatti, Jansen conseguì (e presso l’istituto nautico di Napoli) il diploma di capitano di lungo corso, davvero solcò al comando di velieri e piroscafi i mari di tutti e cinque i continenti, davvero esplorò regioni equatoriali (si era laureato all’Istituto Orientale di Napoli e parlava diciotto fra lingue e dialetti), davvero fu prigioniero di pirati e di rivoltosi e, come se tutto ciò non bastasse, durante la seconda guerra mondiale fece parte del controspionaggio in qualità di ufficiale del Sim (Servizio Informazioni Militari). «Il suo unico vero grande amore fu il mare», mi disse il novantaquattrenne fratello Roberto. «Un amore che gli fu trasmesso dalla lettura dei romanzi di Salgari. Mi ricordo che, quando era appena un bambino, se ne stava per ore ed ore affacciato alla terrazza della nostra casa di Mergellina. Osservava le navi che entravano nel porto e si emozionava. Già allora confessava a noialtri fratelli (eravamo in cinque) che voleva scrivere romanzi come quelli di Salgari e che voleva diventare un marinaio come i protagonisti dei romanzi di Salgari. Credo che pochi uomini siano riusciti, come lui, a veder realizzate tutte le proprie fantasie». Scrittore di romanzi d’avventure, dunque, e lui stesso avventuroso. Le sue peregrinazioni, del resto, ebbero inizio quando lui aveva appena quattordici anni, al Molo Beverello. Nel passato, quanto mai remoto, della famiglia Jansen c’erano stati, questo è vero, dei fiordi. Gli Jansen erano infatti di origine norvegese, ma si erano trapiantati a Napoli verso i primi dell’Ottocento. A Napoli era nato Roberto senior, il padre di Pietro Gerardo, e napoletanissima era sua madre, Luisa Parlati. Pietro Gerardo nacque, in via Mergellina, all’angolo di quella che ora è via Orazio, il 28 aprile 1893. Nel suo futuro, come in quello dei suoi quattro fratelli, c’era il lavoro in una industria perché suo padre, appunto, era il padrone di una ferriera. E invece… Frequentò le elementari alla “Kernot”, una scuola privata di via Torretta, e le medie al “De Amicis”, un ginnasio di via Bausan. Tutto normale, tutto regolare, solo che il ragazzino si dimostrò un accanito lettore dei romanzi di Emilio Salgari: Il Corsaro Nero, I pirati della Malesia, Le due tigri… Normale e regolare anche questo, forse, dal momento che lo scrittore veronese aveva già raggiunto, in quegli anni, l’apice della popolarità, ma a tutto c’è un limite. Il caso di Pietro Gerardo esplose in maniera quasi drammatica, nell’ottobre del 1907, il giorno in cui, conseguita la licenza media, avrebbe dovuto iniziare il ginnasio: Salgari, quel giorno, riuscì letteralmente a gettare nel panico la famiglia Jansen. «Pietro Gerardo», mi raccontò Roberto Jansen, «uscì di casa, come sempre, alle otto del mattino. Era in compagnia di un altro nostro fratello, Carlo, e insieme erano diretti a scuola. Poco prima, aveva a lungo litigato con papà: si sarebbe voluto iscrivere, lui, all’istituto nautico, e aveva mal digerito l’imposizione di proseguire negli studi classici. Una lite come tante di quelle che avvengono tra padre e figlio. Sennonché Pietro Gerardo quel giorno non rincasò per il pranzo, e non rincasò nemmeno Carlo. A sera, papà sguinzagliò per Napoli decine dei suoi operai, informò perfino la polizia. Soltanto a tarda notte i miei due fratelli furono ritrovati: se ne stavano, tranquilli e pacifici, allegri anzi, nello spiazzo del Molo Beverello, accanto a un veliero in procinto di levare le ancore. In pratica Pietro Gerardo, dopo aver fatto opera di proselitismo nei confronti di Carlo, aveva tentato di convincere il capitano di quella nave a prenderli entrambi a bordo, come mozzi. Volarono gli schiaffi, naturalmente, ma papà accettò di iscrivere Pietro Gerardo all’istituto nautico». Conseguì a pieni voti il brevetto di capitano di lungo corso. Era il 1911, l’anno stesso in cui moriva a Torino, suicida, quell’Emilio Salgari che, in gioventù, si era battuto a duello con un giornalista veronese il quale, giustamente, l’aveva accusato di fare indebito sfoggio del titolo di capitano marittimo. Lui, Pietro Gerardo Jansen, quel titolo adesso ce l’aveva davvero e voleva utilizzarlo subito, non tanto sulle copertine dei romanzi che già meditava di scrivere, quanto per ottenere un vero imbarco. Magari in Oriente, preferibilmente in India: altro che Salgari, il cui unico viaggio per mare si era risolto in una gita a Brindisi! Anche questa volta, però, intervenne il burbero padrone delle ferriere: «Devi prenderti una laurea. Per navigare c’è tempo». Pietro Gerardo obbedì scegliendo, tuttavia, quell’Istituto Universitario Orientale che gli consentiva, se non altro, di far viaggi col pensiero. Si addottorò in diritto coloniale e politica commerciale e, tanto per chiarire, con i suoi futuri lettori, quella che era la sua reale posizione, compose un Manuale di attrezzatura navale che più tardi gli pubblicherà l’Editoriale Cisalpina. Era intanto scoppiata la prima guerra mondiale e Pietro Gerardo, chiamato alle armi, poté finalmente indossare la divisa di ufficiale di marina. Combatté sull’Adriatico ma, quel che più conta, al termine della guerra venne inviato, come ufficiale interprete, a Vladivoskov, l’unico porto russo che durante il conflitto era rimasto aperto ai commerci internazionali. Vladivoskov era, allora, la città capolinea della Transiberiana e della Transmanciuriana: fu anche dalle esperienze di quella missione che Pietro Gerardo Jansen ricavò Il martirio di Nadiejda, un romanzo d’avventure russe che fu pubblicato dall’editore Gorlini, in una collana popolare, e che ottenne un enorme successo. Il nome dell’autore, naturalmente, era seguito dalla dicitura «capitano marittimo». Aveva utilizzato, al ritorno dalla Russia, la sua casa di Mergellina solo come “studio”, anzi come laboratorio per la sua attività. E ora che aveva assaporato le prime gioie della letteratura, desiderava scrivere altri romanzi d’avventure. «Non posso accontentarmi, come Salgari, di documentarmi su vecchi libri di geografia. Voglio viaggiare», disse al fratello Roberto. Detto fatto. Riuscì a trovare un imbarco, come ufficiale di coperta, su una nave di Sorreto diretta in Cina, Giappone e India e due anni dopo, al ritorno, ricomparve a Mergellina con un bel gruzzolo e con alcuni manoscritti. I nuovi libri di avventure s’intitolavano Racconti del mare e Profumo d’amore esotico che furono pubblicati da Feltre e Sotto l’artiglio del drago cinese che apparve presso Mondadori. La grande notorietà gliela darà, qualche anno dopo, la casa editrice Sonzogno, particolarmente cara ai lettori di Emilio Salgari. In casa Sonzogno, c’è da aggiungere, Pietro Gerardo Jansen trovò anche moglie. La scrittrice Lina Taravella, che con lo pseudonimo di Lina da Vercelli dirigeva il «Giornale illustrato dei viaggi e delle avventure» si era innamorata di lui: la sposò e la portò con sé a Napoli. L’eredità letteraria di Emilio Salgari, già da tempo contesa da un altro scrittore veronese, Luigi Motta, era stata insomma pienamente raccolta da Pietro Gerardo Jansen, il quale, ormai, sfornava romanzi d’avventure l’uno dietro l’altro. I titoli, anch’essi, evocavano quelli dei libri di Salgari: La pagoda della voluttà edito da La Prora, L’Arcipelago delle perle edito da Cartoccino, Un poliziotto attraverso il mondo edito da Barion. Ma le vicende narrate erano più autentiche, più vissute, più sentite. Chi sarà mai questo Pietro Gerardo Jansen? incominciavano a chiedersi i lettori. A scoprire che si trattava di un napoletano fu, nel 1929, «Motonautica», una rivista diretta a specialisti. Fra i molti romanzi che Pietro Gerardo Jansen aveva pubblicato in quel 1929, ce n’era stato uno, Traversata del Flyng Star, stampato dall’editore Agnelli, in cui Napoli e i napoletani erano troppe volte citati. I redattori di «Motonautica» lo notarono e s’insospettirono. Il risultato? Un trafiletto in cui fra l’altro era detto: «La lettura della Traversata del Flyng Star ci ha fatto comprendere che eravamo in presenza di un uomo che per mare c’è stato davvero e la proprietà del linguaggio marinaresco ci ha detto che doveva trattarsi di uno che, se non era proprio del mestiere, doveva conoscerne a fondo la pratica e la teoria. Inoltre la trama interessantissima non è costituita dal semplice intrigo romanzesco alla Salgari, ma si basa su due elementi di grande attualità: la piaga della emigrazione clandestina e la lotta feroce che si svolge lungo le coste americane pel contrabbando dell’alcool. Infine certi dettagli di ambiente e di costume napoletani dei quali siamo buoni giudici per ovvie ragioni, ci hanno rivelato che sotto il nome straniero doveva esserci qualcuno nato o almeno lungamente vissuto all’ombra del Vesuvio… Ce n’era dunque abbastanza per spingerci a voler meglio conoscere l’autore di questo piacevole romanzo d’avventure marinaresche che si svolgono tra il golfo di Napoli e quello del Messico. Abbiamo così appreso che Pietro Gerardo Jansen, di famiglia oriunda norvegese da parte paterna, è, come supponevano, nato a Napoli». Si trattò, bisogna dire, di una rivelazione che rimase circoscritta all’ambito degli abbonati della rivista «Motonautica». Che Piero Gerardo Jansen fosse napoletano continuarono a ignorarlo perfino i suoi lettori napoletani, che pure erano migliaia. D’altra parte, c’è da aggiungere, Jansen pur continuando a vivere e ad operare a Napoli, non frequentava affatto gli ambienti letterari partenopei. E, questo, più per lo snobismo degli altri scrittori che per una sua decisione: conquistarsi il successo con romanzi popolari era considerato a quei tempi né più e né meno che una colpa; lo stesso Emilio Salgari era stato rigidamente tenuto alla larga dagli altri scrittori suoi contemporanei. A forza di gomitate riuscì in quegli anni ad aprirsi un varco nella giungla del giornalismo, per lui più impenetrabile di quella del Borneo, e magari più affascinante. «Il giornale d’Italia», il «Corriere della sera», «La domenica del corriere», «La tribuna illustrata» pubblicavano ormai regolarmente i suoi articoli di viaggi e i suoi racconti di avventure. Fu sull’onda di quel successo giornalistico che, tra la fine del 1929 e l’inizio del 1930, Pietro Gerardo Jansen realizzò, per un periodico del Touring Club allora molto diffuso, «Le vie d’Italia e dell’America latina», un viaggio di 44.000 chilometri nelle repubbliche del Centro America. Al Molo Beverello lo accompagnarono, questa volta, sua moglie Lina e il figlio Giancarlo. Il grande viaggio fu svolto con mezzi marittimi (dal vapore al veliero alla canoa) con ferrovie, automobili, in groppa a cavalli e in aereo. Cambiò peraltro, in quel viaggio avventurosissimo, quindici piroscafi, otto velieri e un numero imprecisato di canoe con le quali coprì 150 chilometri in piccoli corsi d’acqua. Dell’intero itinerario, ben 37.520 chilometri furono effettuati per mare e di questi ben 1100 chilometri a bordo di piccoli velieri comandati ed equipaggiati da negri. Se ne tornò, da quel viaggio, durato sei mesi, con un abbondantissimo materiale documentario sulla Colombia, sul Venezuela, sulle Piccole e Grandi Antille, sull’Honduras, sul Guatemala, sulla Costarica, su Cuba, sul Salvador e sul Panama. Nonché, con le trame per un’altra decina di romanzi. «Ma anche», mi raccontò un nipote, anche lui di nome Roberto, «con la psicosi della lebbra. Senza rendersene conto aveva pernottato, in una località del Venezuela, in un lebbrosario. Avendo il terrore di essersi infettato non faceva altro, a Napoli, che andare a consultare medici e specialisti. Il terrore della lebbra, da allora, non lo abbandonò mai più». Viaggiò ancora in Oriente e in Africa, per scrivere altri romanzi e stava progettando una spedizione nella nuova Guinea quando, nel 1940 scoppiò la guerra. Quarantasettenne, Pietro Gerardo Jansen fu di nuovo chiamato alle armi e, col grado di maggiore, venne destinato al controspionaggio. Lasciò Napoli, questa volta per Roma, e fu relegato in un piccolo ufficio del Sim, il “Centro Z”. Aveva il compito, lui che conosceva tante lingue straniere, di censurare le lettere che, anche per via diplomatica, arrivavano dall’estero. Dalle memorie, recentemente pubblicate, del generale Cesare Amé, allora capo del Sim, è emerso che Jansen, pur senza mai venir meno ai suoi doveri di ufficiale, trovò modo di rendersi utile a molte persone venute a trovarsi in difficoltà: fece sparire, tra l’altro, una lettera in cui Indro Montanelli, allora corrispondente di guerra, esprimeva dei giudizi poco favorevoli, e per lui quindi compromettenti, sul regime fascista. Finita la guerra, Pietro Gerardo Jansen fece puntualmente ritorno a Napoli. La letteratura avventurosa era già in crisi, si adattò a tradurre per Mondadori e altri editori romanzi polizieschi. Ai primi del 1963 volle recarsi a Roma, per prendere accordi con un editore. Il 26 gennaio, lì a Roma, mentre stilava la trama di un nuovo romanzo, un infarto lo fulminò. Si chiudeva, lontano da Mergellina, l’ultimo capitolo, quello più romantico, della storia dei libri d’avventure.

Fonte: Napoletani si nasceva di Vittorio Paliotti