Il ferroviere che lanciò Viviani

viviani-1Era un impiegato delle ferrovie, compartimento di Napoli. Ma fu lui ad offrire l’occasione, a Raffaele Viviani, di scavalcare il suo vecchio repertorio macchiettistico, quello basato sulla satira, benché dolente, di personaggi dei vicoli, e di cimentarsi in vere e proprie commedie, anzi in drammi, regolarmente tagliati in tre atti e dotati di un preciso arco narrativo. E dal momento che a Raffaele Viviani è stato riconosciuto il ruolo fondamentale che occupa nella drammaturgia (non solo napoletana) del Novecento, mi sembra giusto trarre dall’ombra, con documenti e testimonianze di prima mano, l’uomo che contribuì in maniera determinante alla sua affermazione. Si chiamava Salvatore Ragosta, questo ferroviere-commediografo. Aveva quarantaquattro anni quando, nel 1921, Raffaele Viviani, più giovane di lui di undici anni, gli mise in scena Te voglio ‘nzisto (in italiano Ti voglio malandrino) e da allora continuò a collaborare col grande attore fornendogli parecchi copioni. In qualche caso, alcuni di questi testi verranno siglati con la doppia firma Viviani-Ragosta. Ma non sta qua il punto; il punto sta tutto in quella data: 1921. Nello stesso anno, Raffaele Viviani scrisse, di suo pugno, la prima commedia in tre atti, Circo Equestre Sgueglia, che rappresenterà nel 1923. Era stato l’incontro con Salvatore Ragosta, il successo riscosso dai tre atti di Te voglio ‘nzisto a indicargli la strada maestra dalla quale, d’allora in poi, difficilmente si scosterà. Ragosta, visto in prospettiva, può essere considerato l’anello di congiunzione fra un teatro popolaresco, che negli ultimi decenni dell’Ottocento aveva trionfato al “San Ferdinando” e un teatro cosiddetto d arte che nei primi decenni del Novecento dilagherà al “Nuovo”; l’uno e l’altro svincolati dall’ipoteca pochadistica di Eduardo Scarpetta e destinati a fondersi, appunto col suo tramite, nel filone vivianesco. «Quello di Ragosta», mi raccontò il novantenne Giorgio Velardi, che fu suo carissimo amico, «era un teatro che prendeva l’avvio da esperienze dirette, fatte personalmente nei vicoli di Napoli, non da elucubrazioni da tavolino. Lo stesso titolo della prima commedia che gli rappresentò Viviani, Te voglio ‘nzisto, fu l’urlo di un abitatore di un basso che Ragosta raccolse mentre si aggirava in una stradetta della Pignasecca. Eravamo insieme, quando risuonò quell’urlo. Ragosta interrogò la gente del vicinato e venne a conoscenza dei dissapori esistenti in quel basso: un suocero rimproverava al genero di essere troppo accomodante. Da quella vicenda, di cui un poco alla volta emersero tutti i particolari, scaturì la commedia che doveva segnare una svolta nell’arte di Raffaele Viviani». Una storia più che lineare, quella di Ragosta. Nato in via Foria il 9 ottobre 1877, si sentì continuamente ripetere nell’infanzia, dal padre, che il suo destino era quello di diventare avvocato. Fu mandato a studiare, appena grandicello, nel ginnasio “Vittorio Emanuele”, in piazza Dante, ma a chi gli chiedeva quale carriera avrebbe intrapreso da adulto, lui rispondeva che voleva fare il capostazione. E nelle ore di libertà, secondo almeno la leggenda di famiglia, riferitami dal nipote Salvatore Pocobelli, il ragazzo non faceva altro che aggirarsi, a piazza Garibaldi, fra i treni in sosta sui binari. In quegli anni, in alcuni casotti di legno a ridosso della ferrovia, recitavano improvvisate commedie attori ed attorucoli. L’infanzia di Salvatore Ragosta fu nutrita di vagoni ferroviari e di teatro. Né gli uni né l’altro lui tradirà mai. Nel 1896, diciannovenne, mentre già si preparava a un concorso alle ferrovie dello Stato, scrisse ‘E varcaiuole, un dramma marinaresco in tre atti che la compagnia Scelzo-Santelia gli rappresentò al “Rossini”, un teatro alle spalle di piazza Dante. «L’autore, invocato dal pubblico, uscì sul palcoscenico vestito alla marinara», scrisse un cronista, alludendo alla verde età del commediografo. Il successo, comunque, fu pieno e incontrastato tanto da indurre i frequentatori della celebre libreria Pierro di piazza Dante, fra i quali spiccavano gli allora giovanissimi Salvatore Di Giacomo, Giovanni Porzio, Benedetto Croce ed Enrico De Nicola ad invitare in quello che allora era una specie di club letterario, l’intraprendente Salvatore Ragosta. Per avere un più consistente incontro col teatro, Ragosta dovette attendere il 1908. Ormai trentunenne, aveva una salda collocazione nei ruoli amministrativi delle ferrovie dello Stato, abitava in via Pignasecca, e aveva sposato una sua amica d’infanzia, Laura Pompeo. A sera, quando tornava dal lavoro, si rinchiudeva in cucina e vegliava fino a notte alta sulle sue carte. Nacque così Amalia Catena, storia di una “donna del peccato” che viene ricattata da un antico amante proprio nel momento in cui tenta di rifarsi una nuova vita. La mise in scena la compagnia di Gerolamo Gaudioso e il risultato fu dei più lusinghieri. Fu appunto questa improvvisa notorietà a spalancargli le porte del celebre “Teatro
Nuovo”.

viviani-2La situazione teatrale, in quel periodo, era a Napoli alquanto ingarbugliata. Entrato nell’ombra Eduardo Scarpetta che, quattro anni prima, aveva dovuto registrare l’insuccesso di Il fìglio di Jorio, parodia del dramma di D’Annunzio, incominciava a farsi avanti l’attore Gennaro Pantalena il quale, appunto al “Nuovo” aveva fondato, con Pasquale Molinari, quel Teatro Dialettale d’Arte che, proponendosi di rinnovare la scena napoletana, aveva accolto o accoglierà giovani autori come Salvatore Di Giacomo, Ernesto Murolo, Libero Bovio e Rocco Galdieri, in diretta polemica col pochadismo di Sciosciammocca. Al “Nuovo”, Gennaro Pantalena rappresentò, in quel 1908, L’urdema carta di Salvatore Ragosta. E poi, sempre di Ragosta, fra il 1910 e il 1911, Campana a gloria. Annotò il critico teatrale Aniello Costagliola: «Di Salvatore Ragosta ricordo L’urdema carta e Campana a gloria, e dimentico ‘E varcaiuole e Amalia Catena; opere giovanili, queste ultime, le quali hanno tutte le esuberanze di una gioventù artistica educata un po’ alla scuola di Eduardo Minichini. Ma Campana a gloria e L’urdema carta segnano due ribellioni dello scolaro, divenuto adulto, al suo vecchio precettore». Da cosa nasce cosa. Salvatore Ragosta fu invitato da Matilde Serao a collaborare al «Giorno», dal musicista Evemero Nardella a fornirgli testi per canzoni e dalla casa editrice Santa Lucia a compilare fascicoli di Piedigrotta. Poi un giorno, siamo appunto nell’autunno del 1921, bussò alla sua casa della Pignasecca, Raffaele Viviani in persona. «Ricordo perfettamente la visita di Viviani», mi raccontò la signora Giulia Caleprico, nipote di Ragosta. «Io vivevo con i miei zii, i quali non avevano avuto figli, e fui proprio io, allora una bambina, ad aprire la porta all’attore. Sulle prime mi spaventai un po’, perché Viviani aveva un vocione che mi parve stridente e burbero, ma mi rasserenai subito quando vidi che abbracciava e baciava lo zio Salvatore». Raffaele Viviani, a quell’epoca, era noto soprattutto per i suoi atti unici, quali ‘O vico, Tuledo ‘e notte, Mmiez’ ‘a ferrovia, ‘O buvero ‘e Sant’Antonio, Scugnizzo, ‘Nterra ‘a Mmmaculatella. Cosa i due uomini si dicessero, non è dato di sapere, ma certo è che da quell’incontro nacque Te voglio ‘nzisto, che Raffaele Viviani, con la sorella Luisella, e con gli attori Costa, Gigi e Gennaro Pisano, Ragucci, Castigliano, Fiocco e Collini portò sui palcoscenici di tutta Italia. Per Viviani quella commedia costituì un autentico collaudo dei nuovi rapporti che, tramite un lavoro in tre atti, poteva instaurare col suo pubblico. Te voglio ‘nzisto fu l’antesignana non solo di Circo Equestre Sgueglia, ma di tutte le altre commedie in tre atti che, da allora in poi, l’attore andrà producendo. Viviani, inoltre, si rese perfettamente conto che Salvatore Ragosta poteva dargli ancora altri e altri copioni. Ecco cosa trovo scritto in una lettera inedita che Viviani spedì al commediografo il 6 aprile 1923, da Guastalla: «Mio caro Ragosta, come mai nemmeno una cartolina? Avete ricevuto tutti i miei giornali? Gli auguri per la Santa Pasqua? Come state? Ricordate sempre con simpatia il vostro Viviani? La vostra Te voglio ‘nzisto va ora a vele gonfie. La compagnia ne dà un’esecuzione veramente maestra! Avete terminata la commedia nuova, di cui, ricordo, sentii a Napoli il solo primo atto? E se l’avete terminata, a chi aspettate a mandarmela? Sapete bene che a Napoli debbo venire a fare tutte novità e voglio darle prima altrove per portarle a Napoli già mature. Attendo leggervi lungamente e attendo innanzi tutto la commedia. Vedete che non io ma voi mi mettete a dormire e a torto… perché io non cesserò di essere un vostro ottimo amico convinto assertore dei vostri pregi di scrittore. Te voglio malandrino ne è la prova. Mio caro amico mio buon don Salvatore, scrivetemi subito – Teatro Filodrammatico Milano – ove le cose vanno magnificamente bene. A voi cari saluti dalla mia Signora e da me un bacio vostro immutabile Raffaele Viviani». L’attore continuò a spronare e incitare il commediografo. E questi, finalmente, al primi del 1924 gli consegnò i tre atti di ‘O bellu guaglione, vicenda basata sulla gelosia di un camorrista. Anche stavolta il successo fu quanto mai esaltante. Ancora per Viviani, Salvatore Ragosta scrisse ‘E duie frate, una commedia imperniata sulla dura esistenza degli spaccatori di pietre, e Quando Napoli era Napoli, sorta di carrellata sugli usi e costumi di sessantanni prima, cui collaborò anche Diego Petriccione. Poi, nel 1926, fu la volta di L’assistito, meglio conosciuta, però, col titolo successivo ‘E cabaliste, che richiamò l’attenzione della critica più esigente. Avvalendosi anche della lezione data da Matilde Serao col romanzo Il paese di Cuccagna, Ragosta costruì la nuova commedia sulle ipotetiche vicende di uno stagnino il quale, per la mania del gioco del lotto, dilapida i beni di famiglia, perde tutta la clientela, arriva perfino a irridere ai sentimenti della figlia e diventa lo zimbello di una banda di buontemponi che lo spingono a trascorrere le notti in un cimitero facendogli credere che i morti gli daranno i numeri vincenti. ‘E cabaliste fu a lungo un autentico cavallo di battaglia di Raffaele Viviani che, infatti, la portò in tournée in tutta Italia. È in questo periodo che i rapporti fra l’autore e il suo interprete subiscono un rallentamento. Forse perché Ragosta incominciava ad avanzare troppe pretese, forse perché Viviani iniziava a sentirsi più sicuro anche come scrittore, una certa qual rottura vi fu. Lo testimonia la lettera, anch’essa inedita, che Viviani scrisse a Ragosta, da Palermo, il 18 dicembre 1926. La riporto integralmente, benché prolissa, in quanto è il sintomo di una condizione molto comune a certi attori: «Mio caro don Salvatore, adagio, non esageriamo… la vostra lettera, ossia cartolina, mi avrebbe fatto saltare se non vi volessi il bene che vi voglio e specie perché mettete in dubbio questo bene dovrei perdere la calma. In Sicilia bisogna cambiare tutte le sere, e ho dato una sera soltanto tutte le mie novità, tranne Napoli in frac che è di maggiore spolvero teatrale. Sono tempi difficilissimi, caro amico don Salvatore, vi dovreste dolere se in altre città importanti d’Italia vi avessi usato il medesimo trattamento.

viviani-3Anche la novità di Paolieri è andata una sera. A voi deve premere che le vostre commedie fanno parte del repertorio attivo e che sono date sopra ogni piazza. Ora L’assistito non si è data la prima per immaturità… e può andare solo l’ultimo giorno di questa stagione, figuratevi che per darla e vederla qui per portarla poi affiatata a Napoli ho fatto venire gli scenari qui, cosa che avrei potuto evitare e dare la commedia addirittura a Napoli, ma siccome voi siete per me un vero amico mi sono esposto alle spese di trasporto pur di provarmela e fare una bella figura a Napoli. Capirete, sotto Natale si fa poco ovunque e specie in Sicilia, e bisogna fare sforzi inauditi per fare le spese… e per chi conduce una compagnia e deve pagare tutti i giorni… sono capelli bianchi e non merito il vostro rimprovero. Anche io diedi Napoli in frac a Roma gli ultimi due giorni, con due esauriti completi… e non ci tenevo alla mia novità ? e voi sapete che mi ha dato e che mi dà?… non facciamo della poesia… Voi siete trattato da me con cuore di fratello. Ora se a voi non piace che io la do l’ultimo giorno fatemi un telegramma ed io sono a vostra disposizione, tengo solo ed unicamente a dimostrarvi che faccio quello che volete… pensate che sono tre atti… e affiatare una commedia di movimento non mi sono bastati i pochi giorni che avevo, ho dovuto pure fare la cosa di Paolieri che avevo assai prima della vostra commedia e ho dovuto pure pensare a me facendo una cosa mia per non fare mancare a Napoli una cosa di Viviani per il quale è sorta la compagnia… tutte queste belle ragioni non dovete mai perderle di vista e perciò dovete giudicare il mio affetto meno affrettatamente. A Catania come a Palermo non ne hanno parlato. A Catania piccoli pezzetti che non valeva la pena che io vi spedissi. La solita ricetta: Bene bravo spassosissimo e napoletanissimo ecc. a Palermo poi manca assolutamente una critica artistica teatrale e tutte le cose sono passate sotto silenzio. Oggi specie è tutto Prestito Littorio… e quei pochi annunzi pagati… almeno per la Sicilia. A Catania no, a Catania vi è una bella stampa ma d’O bello guaglione dissero simpaticamente ma poco… in ogni modo io che ho la collezione dei giornali vi farò leggere i pezzi quando verrò a Napoli. Ora sappiatemi dire che debbo fare per L’assistito. Se volete che io la dia per fare qua una bella prova generale e dirvi a Napoli le mie modeste impressioni o ci tenete che sia a Napoli per la prima volta, cosa che a me preme far giudicare alla vostra persona onde fare sempre tutto col vostro massimo benestare non volendo in nessun caso sciupare le mie sante fatiche spese così amorevolmente per un amico quale voi siete. Dopo di che non rimane che una vostra affrettata e ingiusta valutazione dell’opera mia di amico. Attendo leggervi in merito, ossia attendo istruzioni. La commedia è stata provata con cura con zelo con amore, come sempre voi presente, ma non va ancora a memoria, deve necessariamente andare con suggeritore, e tante cose mie, che hanno avuto scarso numero di prove, e si dovevano dare per necessità, andarono con il suggeritore… quindi io non so fare due trattamenti, ho l’animo di aver trattato voi e gli altri come uso trattare me stesso e credo che basti. Vi do gli auguri santi e cordialissimi per il prossimo Natale, e al piacere di presto darvi un bel bacio col sorriso mio bonario per farvi passare del tutto una folata di pessimismo. Mi dico V. aff.mo Raffaele Viviani. Attendo un telegramma in merito all’Assistito, se darlo o non darlo l’ultima sera qui per provarcela». Qui finisce l’inedito; ma sappiamo che L’Assistito, col titolo mutato in ‘E cabaliste, andò in scena negli ultimi giorni di quel 1926. Senza mai abbandonare il suo lavoro alle ferrovie dello Stato, Salvatore Ragosta continuava a scrivere commedie, poesie, articoli. Si sentiva un uomo artisticamente appagato e se un cruccio lo rodeva era quello di non aver avuto figli. Nel 1928, adottò Emilio ed Anna Pocobelli, orfani di una sorella di sua moglie. Furono questi due ragazzi ad assisterlo quando si ammalò di quell’ulcera allo stomaco che, il 22 novembre 1933, lo strapperà alla vita. Come a sciogliere un voto, Raffaele Viviani volle completare una commedia che Ragosta aveva lasciato fra le sue carte. S’intitolava ‘O pazzo songh’io, ed era la storia, abbastanza pirandelliana, di un portiere che, per i suoi scatti di gelosia, viene rinchiuso in un manicomio pur essendo sanissimo di mente ma che, una volta recuperata la libertà, ripiega su una saggia situazione di dignitoso compromesso. ‘O pazzo songh’io venne messa in scena da Viviani nel 1934, giusto a un anno dalla scomparsa di Ragosta. Fu giudicata, dalla critica, la migliore delle commedie di un autore che, in vita, aveva riscosso meno applausi di quanti gli fossero dovuti.

Fonte: Napoletani si nasceva di Vittorio Paliotti