I neoborbonici all’assalto

Tre o quattro associazioni culturali non in concorrenza fra loro ma che, anzi, promuovono talvolta manifestazioni in comune; almeno tre giornali, uno dei quali nelle edicole già da alcuni decenni; una casa editrice che stampa e ristampa libri e opuscoli. La mappa dei gruppi neoborbonici presenti a Napoli in pieno terzo millennio, è completata da uno schieramento di giovanissimi molti dei quali la domenica inalberano, allo stadio San Paolo, la bianca bandiera gigliata. L’attività di questi gruppi è in pieno rigoglio. Uno di essi, peraltro, si fa periodicamente promotore di una campagna pubblicitaria, con inserzioni su quotidiani e spot televisivi, che incita i meridionali a preferire, negli acquisti, i prodotti locali. «Compriamo Sud, Sud è meglio», suona lo slogan, che si affianca a uno stemma borbonico. Un altro gruppo organizza, il 14 febbraio di ogni anno, una manifestazione di grande rilievo a Gaeta che rappresentò, nel 1861, l’estremo baluardo del regno delle Due Sicilie. Tutti questi gruppi, gruppuscoli e associazioni si trovano ben uniti ogni volta che c’è l’occasione di applaudire la bellissima Camilla e il prestante Carlo, principi ma anche duchi, discendenti più o meno diretti di quel Francesco II, detto Franceschiello, che fu l’ultimo sovrano di casa Borbone. Carlo e Camilla bisogna dire, evitano, con molto buon gusto e con spirito pratico, di farsi definire “pretendenti al trono”. Ma non rifuggono da un notevole presenzialismo. A Napoli i neoborbonici possono considerarsi perlomeno a partire dal 1960, ben inseriti nella realtà culturale e sociale della città. Prima di questa data e per lunghi decenni, essi erano vissuti in una sorta di apartheid, nel senso che tutto ciò che evocava la monarchia borbonica veniva (artificiosamente) fatto coincidere con arretratezza, dispotismo, arbitrio, crudeltà. Ufficialmente, almeno. Perché, a Napoli, il sentimento borbonico non si era certo spento con l’arrivo di Garibaldi. Infatti, fin da allora vi fu chi volle diffondere giornali borbonici e dar vita ad associazioni nostalgiche. Si può anzi affermare che l’ex capitale reagì in maniera totalmente diversa dal resto dei territori meridionali ove, addirittura, l’attaccamento alla dinastia sconfitta sii estrinsecò con quelle azioni di guerriglia alle quali fu dato il nome di brigantaggio. A Napoli, dunque, il primo aperto dissenso nei confronti del nuovo corso, quello instaurato dai piemontesi e dai garibaldini, lo si ebbe attraverso un giornale fondato da Giacinto De Sivo, un uomo che, successivamente, si qualificherà come il maggior storico di parte borbonica. Il giornale s’intitolava, con palese irriverente allusione alla situazione di quel periodo, «La tragicommedia» e constava di poche pagine in formato, diremmo oggi, tabloid. Il primo numero uscì il 18 giugno 1861, quando cioè Napoli anche in virtù del plebiscito faceva parte saldamente, ormai da nove mesi, del regno d’Italia: Vittorio Emanuele II era rappresentato dal reggente Eugenio di Carignano, Silvio Spaventa dirigeva la polizia, Costantino Nigra faceva e disfaceva, e guai a parlar male di Garibaldi. Bene: a sostenere le ragioni del passato governo borbonico e a muovere ogni critica possibile al sovrano di casa Savoia, provvide il giornale «La tragicommedia». Ecco l’incipit dell’articolo di fondo del primo numero: «Sino all’anno passato, ricchi di pace, di memorie, di costumi, di prosperità, di commercio e di arti, noi eravamo l’invidia delle genti; drammatica nostra, musica nostra, arti e industrie napolitane, opere d’ingegno e di cultura, meravigliosi musei, strade ferrate, gas, opifici, opere di carità, esercito, marina, bacini, arsenali, tutte cose ne facevan forti e rispettati. Ma cotali beni eran nulli: dovevano essere irraggiati dal Sof io della libertà. Ed è venuta la libertà; la quale siccome donna gelosissima ha voluto esser sola, e ha diroccato ogni pristina ricchezza e potenza». Non ebbe vita lunga, naturalmente «La tragicommedia». Il quarto numero fu sequestrato dalla polizia mentre era in stampa e il suo direttore venne prima incarcerato, quindi posto dinanzi a un aut-aut: o andarsene in esilio o fare atto di totale sottomissione al regno d’Italia e alla dinastia sabauda. Secondo Benedetto Croce, fu Luigi Settembrini, il letterato patriota, a consigliare De Sivo, che malgrado la discordanza di opinioni stimava grandemente, ad abbandonare Napoli. De Sivo si rifugiò a Roma, ancora capitale del regno pontificio. Come è noto, a Roma Francesco II aveva costituito, in palazzo Farnese, ove risiedeva, una specie di governo fantasma presieduto da Pietro Ulloa. Lo stesso Ulloa diede incarico all’ex direttore di «La tragicommedia» di scrivere una Storia delle Due Sicilie. Non gli fornì però i documenti che gli aveva promesso, sicché De Sivo si trovò a lavorare tra mille difficoltà e nell’indifferenza generale. In pratica De Sivo fu costretto a stampare la sua Storia delle due Sicilie in parte a Roma e in parte nel Veneto; in quanto a Francesco II, non ne acquistò che qualche copia, contrariamente agli accordi. Purtroppo la corte borbonica di Roma era condizionata da mestatori, da illusi, da disonesti che approfittavano perfino del re, e da scalmanati che fomentavano il brigantaggio nelle province meridionali. Li chiamarono «i congiurati di Frisio» perché, in quell’estate del 1862, si davano convegno in un locale, preso in fitto, appartenente a una delle più belle ville di Posillipo, quella di proprietà del duca di Frisio. Una terrazza di quella medesima villa era invece stata locata a un oste che l’aveva voltata a ristorante: lo “Scoglio di Frisio”. Insomma, in un’ala della villa si tramava per riportare sul trono re Franceschiello, e in un’altra ala si degustavano vermicelli alle vongole e zuppe di pesce al suono di chitarre e mandolini. Senonché la polizia, forse in seguito a una spiata, fece un blitz proprio lì, nella villa Frisio, e se gli avventori della trattoria non vennero disturbati, per i borbonici, in numero di sessanta, scattarono le manette. Si trattava, almeno così parve, del primo tentativo, vero o presunto, di restaurazione borbonica dopo il plebiscito. Ma le cose ben presto si sgonfiarono. Gli arresti furono confermati per trentasette persone che in gran parte vennero successivamente prosciolte, sicché solo in dieci finirono dinanzi alla corte d’Assise. Il processo (cui recentemente ha dedicato un libro Silvio Vitale) si concluse il 7 agosto successivo. Imputati di cospirazione contro lo Stato, furono condannati a dieci anni di lavori forzati il sacerdote Domenico De Luca e la guardia urbana Girolamo Tortora. Cinque anni di lavori forzati toccarono invece a un ragazzino di quindici anni di nome Francesco De Angelis, mentre se ne uscirono assolti due soldati svizzeri e una fattucchiera; forse, chissà, la corte d’Assise aveva sentenziato che non costituisce reato scorgere in una sfera di cristallo il ritorno di un re deposto. Sembrò con quel verdetto, clamorosissimo, che ogni velleità neoborbonica fosse stata per sempre scoraggiata, nell’ex capitale, ed ecco invece che appena quattro mesi dopo, il 10 dicembre 1862, uscì, dai torchi di una tipografia di via Nilo il quotidiano «Napoli», diretto da Domenico Ventimiglia, un irriducibile che, nel passato, era stato redattore del «Giornale delle Due Sicilie». Ventimiglia attaccava ogni giorno e senza sconti la politica del regno unitario. Nel “fondo” del 26 dicembre, scrisse pari pari: «Nelle nostre province lo spazio manca ai traffici, le agevolazioni ai contratti, la giustizia ai litiganti, i risparmi ai capitali, la libertà alla coscienza, la stabilità agli ordini, la forza tutelare alle leggi. Tutto è caos e contraddizione». Ma questo era solo un piccolo assaggio. Più tardi il «Napoli» arrivò infatti nei suoi articoli a difendere apertamente il brigantaggio attribuendogli quel valore politico che invece gli veniva negato dagli uomini delle istituzioni, e in particolar modo da Farina e Nigra, che lo interpretavano nient’altro che come un fenomeno di “grassazione e saccheggio”. Contro il borbonico «Napoli», polemizzarono duramente sia il «Roma» (che, uscito nell’agosto precedente, mal tollerava che un altro quotidiano cittadino fosse intitolato all’ex capitale e non alla capitale designata) e sia «L’indipendente» (che era diretto dal romanziere Alexandre Dumas). Scrisse «L’indipendente» a proposito del «Napoli»: «L’avremo ad avversario su molte questioni perché propugnerà il diritto divino, e noi il popolare, poiché chiederà il mantenimento e non l’abolizione del potere temporale, poiché glorificherà il passato, e contro il passato combattuto da noi, noi ci appelleremo al presente e all’avvenire». Il «Napoli» scivolò, come suol dirsi, su una buccia di banana. Ai primi di gennaio del 1863, la polizia scoprì, o credette di scoprire, una nuova cospirazione borbonica contro il nuovo regime. Nell’ambito, dunque, di un’indagine a carico della principessa Carolina Barberini Colonna Sciarra, il governo inviò una circolare ai prefetti invitandoli a una più energica repressione «a termini di legge contro quella stampa che intende combattere l’unità d’Italia». Il «Napoli» fu dunque costretto a cessare le pubblicazioni. Su questo argomento hanno indagato due studiosi: Giuseppe Porcaro e Giovanni Brancaccio. Più lunga vita ebbe «Il conciliatore», quotidiano con sede in via Egiziaca a Pizzofalcone 24, diretto dall’avvocato Salvatore Cognetti. Uscì nel settembre del 1863 e contro di esso prese posizione, fin dal 1864, il futuro sindaco Nicola Amore a quell’epoca questore di Napoli. Il 14 maggio 1866 il tribunale spiccò un mandato di cattura contro il Cognetti, imputato di «cospirazione ed eccitamento alla diserzione». Secondo l’accusa l’avvocato Cognetti, non pago di scrivere articoli sovversivi sul suo giornale, aveva clandestinamente stampato, in lingua francese, senza peraltro averlo firmato, un opuscolo dal titolo Ce qu’ on pense a Naples, fortemente apologetico dei Borbone; inoltre, sempre secondo l’accusa, l’avvocato Cognetti aveva spinto il fratello, ufficiale di cavalleria dell’esercito italiano, a dimettersi per arruolarsi come soldato semplice in una formazione austriaca. Comunque, il 31 luglio 1866 Salvatore Cognetti fu assolto. Altri giornali borbonici di quel periodo furono «L’Italia reale», fondato dal duca di Castellaneta, Francesco De Mari, e il «Nuovo Guelfo», diretto da Luigi Erasmo Gaeta, un veterano del disciolto esercito di Francesco II. Il «Nuovo Guelfo» aveva i suoi uffici in largo della Carità e qui, spesso, ad ogni ora, si davano convegno studenti universitari per esternare, con fischi e pernacchi, la loro avversione ai sostenitori dei Borbone. Nel 1872 uscì poi «La discussione», quotidiano della sera diretto dall’indomito Salvatore Cognetti e da Michele Torrenteros. Aveva sede al numero 3 di vico Terzo della Corsea. Questo giornale ebbe il merito di pubblicare a puntate, nel 1875, un libro che tuttora desta interesse e che è ritenuto importantissimo dai borbonici di ieri e di oggi: Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta di Giuseppe Buttà, ex cappellano dell’esercito di Francesco II. A conti fatti questo libro narra, sotto forma di diario, le vicende tristi, non disgiunte da tradimenti, che portarono al crollo del Regno delle Due Sicilie. Non passò tempo, però che ai giornali si affiancarono i circoli, sorta di partiti mascherati. Si ricordano l'”Associazione Cattolica Conservatrice”, risalente al 1866 e il “Circolo Ferdinando Pio di Borbone della Gioventù Studiosa Legittimista” costituitosi nel 1896. Entrambi ebbero scarso successo. Maggior fortuna arrise al circolo legittimista “Unione del Mezzogiorno” che, con sede nel palazzo Cavalcanti a via Toledo, svolse la sua attività agli inizi del Novecento ed arrivò a contare fino a duecento soci fondatori, per lo più anziani superstiti dell’esercito borbonico. Secondo notizie tramandateci da Francesco dell’Erba in un libro intitolato Napoli un quarto di secolo, l'”Unione del Mezzogiorno”, che era presieduta da Giustino Tomacelli duca della Torre, si attivava principalmente in occasione di matrimoni di membri della famiglia reale borbonica, occupandosi di indire sottoscrizioni per l’acquisto di doni. Quando, per esempio, il duca di Calabria, primogenito del conte di Caserta, impalmò la principessa Maria Ludovica di Baviera, i soci dell'”Unione del Mezzogiorno” inviarono, alla sposa, un ventaglio di seta sul quale erano dipinte scene di Napoli e che, a scanso equivoci, era cosparso di rubini e di diamanti. Uno dei più rappresentativi soci dell'”Unione del Mezzogiorno” era il conte Luigi Statella di Cassaro, ex ufficiale degli ussari e figlio di un generale morto a Roma durante l’esilio di Francesco II. Nei primi anni dell’unità, la polizia faceva spesso irruzioni nella casa di Luigi Statella, sospettato di organizzare congiure per la restaurazione dei Borbone. Una volta gli agenti, nel corso di una perquisizione, non paghi di avergli messo la casa a soqquadro, l’obbligarono, forse per umiliarlo, a denudarsi completamente. E come si vendicò il conte Statella? In una maniera originalissima. Quando, infatti, di lì a poco, gli capitò di imbattersi in via Caracciolo negli allora principi ereditari Umberto e Margherita di Savoia in visita a Napoli, anziché togliersi il cappello, come facevano tutti, se lo calcò maggiormente e ostentatamente sulla testa. Per questo gesto fu sfidato a duello da un certo tenente Basile. L’incontro, alla sciabola, si svolse in una tenuta di Fuorigrotta e ad avere la peggio fu il tenentino savoiardo, che venne ferito a una spalla. Molto spesso, i soci dell'”Unione del Mezzogiorno” si recavano in gita a Cannes, per rendere omaggio al conte di Caserta, lietissimi di rimanere con lui a colazione. Da parte sua l’ipotetico pretendente al trono delle Due Sicilie si disobbligava assegnando piccole pensioni a quegli ex ufficiali delle armate borboniche che avevano rifiutato di confluire nell’esercito piemontese. E poiché all'”Unione del Mezzogiorno” era annessa una “Lega operaia”, il conte di Caserta inviava cinque maritaggi all’anno che venivano sorteggiati tra le figlie dei soci. Alle elezioni politiche del 1911, l'”Unione del Mezzogirno” si presentò con una lista di otto nomi. Il fiasco fu talmente solenne che si arrivò all’autoscioglimento. La statua lignea di Ferdinando II che impreziosiva il malinconico e male illuminato salone delle feste del circolo, venne donata al museo di San Martino. L’ultimo re di Napoli, Francesco II, era morto nel 1894 ad Arco, nel Trentino allora austroungarico, e poiché non aveva figli gli era succeduto, come pretendente al trono, il fratellastro Alfonso, che risiedeva a Cannes. Allo scoppio della prima guerra mondiale Alfonso, ormai settantaseienne, e che, già da tempo aveva accantonato il titolo di “pretendente al trono”, volle manifestare il suo attaccamento all’Italia ordinando a quattro dei suoi figli di raggiungere il territorio nazionale per arruolarsi. Le autorità militari preferirono mettere i quattro giovani in congedo provvisorio, ma Alfonso non desistette dai suoi princìpi filoitaliani e nel 1917, infatti, riferendosi ai figli, scrisse: «Non si può parlare di cambiare nazionalità fino a dopo la pace, prima perché naturalmente la legge vieta di cambiarla, secondo per trovarsi accollati all’esercito italiano e soldati in concedo temporaneo, quindi italiani». Rese pubbliche, queste parole, per la verità un po’ confuse, furono interpretate come l’accettazione di uno stato di fatto, con l’invito ai neoborbonici, a desistere da ogni attività e iniziativa. Ed effettivamente da allora, almeno per quarant’anni, non si sentì più parlare, a Napoli, né dei Borbone e né dei borbonici. Il ricordo della dinastia parve essere stato sepolto per sempre. E invece… Bisognò pur sempre aspettare che scomparisse il fascismo e che, proclamata la Repubblica, andassero via i Savoia. Primi, a Napoli, a riproporre le istanze borboniche (loro dicevano “della tradizione”) furono, nel 1960, alcuni studiosi i quali, raccoltisi intorno a un giovane avvocato, Silvio Vitale, fondarono un periodico che denominarono «L’Alfiere» prendendo a prestito il titolo di un celebre romanzo di Carlo Alianiello pubblicato da Einaudi e dal quale era stato ricavato anche uno sceneggiato televisivo a puntate. In realtà diversi fattori avevano contribuito, proprio in quel periodo, a creare un clima favorevole a certe iniziative. Ricorreva, infatti, il centenario dell’unità d’Italia e storici non conformisti avevano mandato in libreria opere non allineate come I Borboni di Napoli dell’inglese Harold Acton e Così finirono i Borboni di Michele Topa. Di quell’atmosfera non più rigidamente filorisorgimentale, si avvantaggiarono Silvio Vitale e i suoi amici per lanciare «L’Alfiere». Il primo numero uscì nel luglio 1960; il “fondo” si apriva con le seguenti parole: «”L’Alfiere” costituisce un tentativo cui non possiamo prevedere se arriderà il successo». Il successo dell’«Alfiere» è stato tale che esso, a più di quarantanni dalla sua fondazione, esce ancora; non solo, ma si è dovuto procedere, a richiesta dei collezionisti, alla ristampa di quel remoto fascicolo d’esordio. La rivista continua ad essere diretta da Silvio Vitale, ben noto negli ambienti culturali come traduttore dei testi tradizionalisti dello spagnolo Francisco Elias de Tejada e del brasiliano Plinio Correa de Olivares. Il periodico, la cui redazione è al corso Vittorio Emanuele II (ironia degli indirizzi!) si presenta con belle copertine a colori riproducenti immagini di soldati dell’esercito borbonico, elaborazioni dei Tipi militari di Antonio Zezon, e tira oltre un migliaio di copie. L’azione culturale dell’«Alfiere», bisogna precisare, non si esaurisce nella rivalutazione del periodo borbonico, bensì investe l’intera tradizione napoletana e meridionale. Esso ha combattuto molte battaglie, alcune delle quali sono rimaste memorabili e fanno riferimento ai grandi pensatori critici della rivoluzione francese, da Giuseppe De Maistre, a Donoso Cortes. Di particolare interesse, inoltre, le inattese rivelazioni contenute in alcuni scritti di Maurizio Di Giovine e Fulvio Izzo sui campi di concentramento che, dopo il 1860, furono predisposti a Fenestrelle presso Torino, ma anche a Genova, e a Milano, dalle autorità militari piemontesi, e nei quali vennero rinchiusi (e in alcuni casi torturati) migliaia e migliaia di soldati dello sconfitto esercito delle Due Sicilie. Un argomento, questo, che in precedenza nessuno storico aveva mai trattato. Dall’operosità dei collaboratori dell’«Alfiere» è inoltre nata una casa editrice. L’«Editoriale del Giglio» è una cooperativa, e ha pubblicato finora diversi volumi nonché una ristampa, commentata, del giornale «La tragicommedia», di cui già abbiamo parlato. Fra i volumi editi, La lunga marcia del cardinale Ruf o di Domenico Petromasi e, soprattutto, il Giornale della mia prigionia di Emilio de Christen, autentico contraltare borbonico a Le mie prigioni di Silvio Pellico. L’«Editoriale del Giglio» provvede anche, in particolari circostanze, alla diffusione di gadget vari, come le bandiere delle Due Sicilie, i fazzoletti, le magliette, le cravatte, i bolli chiudilettera e gli autoadesivi con gli stemmi della casa di Borbone. Ma nello sventolio delle bandiere delle Due Sicilie, nei volantinaggi, nelle affissioni di manifesti e, in genere, nelle manifestazioni più o meno clamorose, sono specializzati i soci del “Movimento Neoborbonico” che, si faccia attenzione, è anch’esso un gruppo culturale e non un partito politico. Fu fondata questa associazione, nel 1992 da Gennaro De Crescenzo, un giovane professore di italiano e storia. Irritato per certe illazioni di alcuni settentrionali sulla realtà del passato di Napoli e del Mezzogiorno, Gennaro De Crescenzo organizzò, per la serata del 7 settembre 1993 (anniversario dell’arrivo di Garibaldi a Napoli) un incontro neoborbonico in una caratteristica trattoria del Borgo Marinaro. In pratica Gennaro De Crescenzo, dopo aver preso accordi col gestore del ristorante “La Scialuppa”, telefonò ad alcuni amici nostalgici e li invitò a cena. Prezzo per una pizza e contorni vari, lire ventimila. Erano previste poche decine di persone e invece, quella sera, il Borgo Marinaro risultò nereggiante di folla. Ciascuno degli invitati aveva comunicato ad altri amici che era in programma una manifestazione borbonica ed ecco la ressa, fin sul pontile di Santa Lucia; arrivarono anche le telecamere di emittenti nazionali. Era nato, quasi per caso, il “Movimento Neoborbonico”. Ora, questa associazione può contare su oltre duemila iscritti e su un organo di stampa che s’intitola «Giornale delle Due Sicilie». La sede è in via Santi Apostoli. Il panorama neoborbonico degli anni Duemila è completato da altre due organizzazioni, l’una che possiede certamente connotati aristocratici, l’altra che si autodefinisce “populista”. La prima s’identifica col “Sovrano Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio” di cui è “prefetto” o “gran maestro” il capo della famiglia reale, cioè il principe Carlo. L’Ordine, che ha sede a Roma in via Sistina, è stato regolarmente riconosciuto dalla Repubblica nel 1963 per cui le onoreficenze che rilascia hanno piena validità. Tanto per dirne una, il 14 marzo 2003, si è svolta, a Palazzo Chigi, la cerimonia d’investitura del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi cui il principe Carlo ha consegnato le insegne di cavaliere di gran croce con placca d’oro e con collare. L’altra organizzazione, quella “populista” è rappresentata dall'”Associazione Culturale Nazione Napoletana”, che ha la sua sede a Chiaiano, frazione periferica; la Presiede Gabriele Marzocco, professore di lettere. Tutti pronti, quelli di Roma e quelli di Chiaiano, a gridare, unitamente a quelli della capitale storica, cioè Napoli, «viva il re Borbone». Come a dire: abbasso sempre Garibaldi.

Fonte: Napoletani si nasceva di Vittorio Paliotti