Antonio Cardarelli, l’occhio clinico

Era né più e né meno che uno scherzo, quello che volevano fargli. Esasperati per il fatto che lui, senza l’ausilio di indagini radiologiche e di ricerche di laboratorio, riuscisse a centrare con precisione tutte le diagnosi, alcuni suoi colleghi convinsero un uomo sano, o meglio ritenuto sano, a mettersi a letto e a fingersi ammalato. «Ha una nefrite cronica, è spacciato», sentenziò lui. A questo punto gli altri medici gli confessarono ogni cosa e scoppiarono a ridere. «Voglio vedere se fra una settimana riderete ancora», fu la replica. Esattamente una settimana dopo, l’uomo che si era prestato allo scherzo e che tutti i medici avevano ritenuto sanissimo, moriva: nefrite cronica. Questo aneddoto sul celebre medico napoletano Antonio Cardarelli, me lo raccontò uno dei suoi nipoti preferiti, il giornalista e scultore Lorenzo Recchia. Un secondo aneddoto me lo narrò un altro nipote, il professor Lorenzo Sanguigno, a sua volta medico chirurgo: «Chiamati a pronunciarsi sulla natura del male di un moribondo, Antonio Cardarelli e un altro famoso clinico, anche questi docente nell’università di Napoli, si trovarono in netto disaccordo sulla diagnosi.

Ospedale Cardarelli“È cirrosi epatica”, sosteneva Cardarelli. “No, è tumore”, insisteva l’altro. Allora, alla presenza di centinaia di studenti. Cardarelli lanciò la scommessa: “Sia tu che io siamo d’accordo sul punto che fra qualche giorno questo sventurato morirà. Ebbene, quando sarà morto lo sottoporremo ad autopsia: se risulterà che hai ragione tu, abbandonerò io l’insegnamento, in caso contrario sarai tu a dimetterti”. La sfida fu accettata. Tre o quattro giorni dopo l’ammalato moriva. Dall’autopsia risultò che Cardarelli aveva visto giusto. Lealmente l’altro docente si ritirò ad esercitare la professione in un paesino della Calabria, sua terra d’origine». Ed ecco un episodio che mi venne riferito dalla signora Maria Cardarelli, altra nipote del celebre clinico: «Si trovava in treno, un giorno, e nello stesso scompartimento viaggiava una coppia di sposi. Cardarelli, d’un tratto, si alzò e chiuse il finestrino. Innervosito, lo sposo lo riaprì; e questa scena si ripeté monotonamente due o tre volte. Infine Cardarelli chiamò da parte l’uomo: “Vostra moglie non deve esporsi a correnti d’aria, è ammalata di petto”. L’altro si arrabbiò: “Ma che dite? Quella scoppia di salute!”. Appena un quarto d’ora dopo, lì, nel treno, la sposina ebbe uno sbocco di sangue». Circolano, in verità, a Napoli, centinaia di aneddoti su Antonio Cardarelli, ordinario di patologia e poi di clinica medica, scienziato, deputato per tre legislature a partire dal 1880, senatore del regno dal 1896, medico di Vittorio Emanuele II, di Garibaldi, di Umberto I, professore universitario fino all’età di novantuno anni per decreto reale, accademico d’Italia. Ma fino a che punto questi fatterelli rispondono al vero e fino a che punto sono romanzati o inventati? Si può rispondere, senza esitazioni, che Cardarelli fu sempre all’altezza della sua leggenda. Lorenzo Recchia, il professor Lorenzo Sanguigno, la signora Maria Cardarelli, tutti nipoti diretti del grande clinico (che morì senza lasciare figli) mi mostrarono una gran quantità di opuscoli, lettere, biglietti, diari e memoriali: potrei constatare che la fantasia popolare non ha creato un bel nulla su Cardarelli e che le storie che gli vengono attribuite si sono proprio verificate; e le testimonianze recano la firma di suoi allievi, diventati a loro volta medici famosi.

Antonio CardarelliChe Antonio Cardarelli sia stato il più grande genio italiano della diagnostica, è ormai universalmente accettato. Ma come si spiega, questo? E come si spiega, soprattutto, che arrivasse a conclusioni nette senza avvalersi di radiografie? «Zio Antonio aveva un intuito eccezionale», mi disse il professor Sanguigno; poi nel timore, lui medico, di essere frainteso, aggiunse «Ho detto “intuito” per comodità di espressione. In realtà zio Antonio fondava le sue diagnosi sulla semeiotica, cioè su quella branca della medicina che addestra a scoprire le malattie dai segni nonché dalla storia clinica dell’ammalato. Zio Antonio era un virtuoso della semeiotica: sapeva riconoscere, sulla base delle sue approfondite osservazioni, tutti i segni anche quelli minimi, che le malattie imprimono sul fisico di chi ne viene colpito». Effettivamente Antonio Cardarelli può essere considerato uno dei giganti della semeiotica. Talvolta, quando le sue diagnosi si trovavano in contraddizione con i risultati radiologici, lui continuò imperterrito a sostenere la validità di ciò che aveva asserito e poté dimostrare che un secondo esame radiologico, mettendo in evidenza quelle manifestazioni che in un primo momento non erano comparse, confermava appunto la sua diagnosi. In altre parole, Antonio Cardarelli professò sempre un profondo ossequio per le indagini radiologiche e per le ricerche di laboratorio, ma rifiutava quei responsi che non collimavano con la diagnosi clinica. Era, comunque, molto cauto. Nel corso di una sua lezione, disse testualmente agli allievi: «Diffidate di quelle diagnosi che si dicono d’impressione, e che sogliono essere tante volte fatali. Anche in quelle diagnosi che sembrano essere le più facili, le meno ardue, non vi lasciate vincere mai dalla prima impressione; ma cercate di controllare gradatamente tutti i fatti relativi alla storia, all’esame dell’infermo. Il clinico diagnostica, non divina; e la diagnosi si fa per i segni, non per ispirazione». Era nato a Civitanova del Sannio il 29 marzo 1831, da Urbano, medico chirurgo, e da Clementina Lemme, casalinga. Compiuti gli studi classici nel seminario di Triverno, si trasferì a Napoli nel 1848, all’età di diciassette anni, per frequentare l’università. Andò ad abitare in una casa di via Santa Margherita a Fonseca, prese parte ai moti risorgimentali e non trascurò d’innamorarsi di una dirimpettaia, Nunziatina Giannuzzi, figlia di un ingegnere. «Zio Antonio», mi raccontò Lorenzo Recchia, «si rese conto che la sua passione per Nunziatina poteva distrarlo dagli studi e pensò allora di ricorrere a uno stratagemma: si finse ammalato, mostrò un fazzoletto sporco di sangue al padre di Nunziatina, e di conseguenza la ragazza fu allontanata. Poté studiare in pace, così, e solo dopo che si fu laureato rivelò tutto all’ingegnere e sposò Nunziatina». Una vita che sembra un romanzo. «Appena si fu laureato» mi raccontò il professor Lorenzo Sanguigno, «zio Antonio volle partecipare a un concorso bandito dall’ospedale degli Incurabili. Ma aveva dimenticato di inoltrare i documenti, e allora si presentò sotto il nome di un concorrente che all’ultimo momento si era assentato. Svolse, con argomentazioni per quei tempi rivoluzionarie, un tema su “la scabbia” e risultò primo in classifica. Subito dopo, però, alcuni altri concorrenti, che erano stati esclusi, protestarono presso il ministro della pubblica istruzione. Ma il presidente della commissione si impuntò. “O entra Cardarelli o andiamo via tutti noi”, disse. Fu aumentato il numero dei posti, per non far torto a nessuno, e zio Antonio venne assunto agli Incurabili. In poco tempo diventò direttore di sala e poi consulente». Incominciò, nelle ore vuote, a tenere un libero corso di insegnamento, a casa sua; si dedicò allo studio degli aneurismi aortici e dimostrò che questo male poteva essere diagnosticato dalla maniera in cui l’ammalato, parlando, pronunciava le vocali, in particolare la «a». «Un giorno», mi raccontò Lorenzo Recchia, «zio Antonio mentre rientrava a casa, in carrozzella, fu colpito dalla voce di un pescatore che magnificava la sua mercanzia. Fece fermare la carrozzella, diede dei soldi al pescatore, rifiutò il pesce e disse: “Ti aspetto stasera a casa mia”. La malattia di quell’uomo, colta in tempo, poté essere curata». In pratica, Cardarelli incominciò a segnalarsi intorno al 1860 e nel giro di pochi anni si avviò alla celebrità, orientando i suoi studi, oltre che sugli aneurismi dell’aorta, sulle malattie del fegato e sui tumori addominali. E sì che in Italia non mancavano, a quell’epoca, i medici famosi: Guido Baccelli, Pietro Grocco, Achille De Giovanni, Eduardo Maragliano e specie Augusto Murri venivano presentati, nelle altre università, come dei contraltari di Cardarelli, ma ben presto lui li scavalcò tutti. Nel 1880, peraltro, presentò una comunicazione importantissima all’accademia napoletana di medicina e chirurgia: tuttora, infatti, si definisce “sintomo di Cardarelli” una particolare auscultazione di respiro bronco-vescicolare nella parte alta dello sterno, così come viene ancora chiamata “prova di Cardarelli” quel particolare esame di funzionalità cardiaca basato sul principio di rilevare le conseguenze sul cuore e sul circolo della brusca sottrazione di un distretto vascolare. Quanto bastava per legare il suo nome alla storia della medicina; solo più tardi, comunque, e cioè alla morte del professor Arnaldo Cantani, Cardarelli ebbe il suo giusto posto nell’università di Napoli. E la scuola medica napoletana riscosse prestigio in tutta Europa. Cosa che non contrasta affatto con gli odierni enormi, e allora impensabili, progressi della medicina. Negli ultimi decenni dell’Ottocento, Antonio Cardarelli veniva considerato, a Napoli, un autentico taumaturgo, e la gente l’implorava come un santo. Già benestante di famiglia, era diventato molto ricco, e distribuiva a piene mani denaro ai poveri; la domenica, nella sua casa di via Costantinopoli, visitava gratuitamente e talvolta dovevano accorrere le guardie per mettere ordine tra la folla. Donò al suo paese, Civitanova del Sannio, l’acquedotto, una chiesa, un cimitero, una scuola; ed ebbe l’ingenuità di non registrare le donazioni sicché quando una volta l’acquedotto si ruppe, dovette provvedere lui, a sue spese, a farlo riparare. Come era di animo buono e generoso, così appariva brusco e addirittura impietoso nel carattere, e infatti non usava mai i mezzi termini, nel comunicare le sue diagnosi. I cosiddetti «farmaci di conforto», che oggi vengono somministrati agli ammalati inguaribili affinché non si avviliscano, lui non li avrebbe mai concepiti, visto che perfino le parole di incoraggiamento erano assenti dal suo lessico. «Aveva l’abitudine, zio Antonio», mi raccontò Lorenzo Recchia, «di farsi offrire una tazza di brodo di pollo dai familiari degli ammalati benestanti che lui si recava a visitare. Una volta, giunto a casa di un paziente, andò direttamente nel salotto a sorbire il brodo, anziché nella camera da letto. “Come, non volete visitare prima l’infermo?”, gli fu chiesto. “È inutile, fra pochi minuti sarà morto”, disse. Ed effettivamente il poveretto spirò meno di un quarto d’ora dopo». Aggiunse il professor Lorenzo Sanguigno: «Due sposi i quali non avevano avuto figli insistevano affinché lui suggerisse qualche cura. “Niente da fare”, disse zio Antonio. Gli sposi, però, continuarono a supplicare. Allora zio Antonio chiamò sua moglie e, rivolto alla coppia, urlò: “Vedete questa donna? L’ho sposata quarant’anni fa e non è stata capace di rendermi padre. Ma né io e né lei abbiamo mai rotto le scatole al prossimo. Andate via!”». Non volle usare mezzi termini nemmeno in occasione della malattia di papa Leone XIII, nel 1903. I medici curanti sostenevano che il pontefice fosse affetto da pleurite; lui, invece, da un’attenta lettura dei bollettini sanitari, arrivò alla conclusione che si trattava di cancro alla pleura e non esitò a dichiararlo in un’intervista che fu pubblicata dal giornale «Roma» e che scatenò polemiche in campo internazionale. Dopo la morte del papa, Cardarelli diede alle stampe un volumetto dal titolo: Le ragioni del mio dubbio sulla malattia di papa Leone XIII. Una volta ancora aveva avuto ragione. Naturalmente, commetteva anche lui i suoi errori; e anzi, alla fine di ciascun corso accademico, aveva l’abitudine di elencare, ai suoi allievi, tutti gli sbagli in cui era incorso durante l’anno. «Una volta», mi raccontò il professor Lorenzo Sanguigno, «zio Antonio volle leggere agli studenti una lettera speditagli da un parroco: “Gentile professor Cardarelli, quel tumore che lei mi ha diagnosticato ieri, io l’ho evacuato, stamattina, andando nel cesso”». Ed è celebre, addirittura, l’abbaglio che prese visitando la cantante Elvira Donnarumma. Malaticcia, sofferente, la Donnarumma, all’età di vent’anni, si recò dal grande clinico. «Letto e poltrona, poltrona e letto», le raccomandò Cardarelli. Elvira, però, continuò imperturbabile a stare in piedi e, anzi, a uscire di casa e ad esercitare la sua professione. Tempo dopo, Cardarelli andò ad ascoltarla al teatro “Politeama”. «Professore vi ricordate quello che mi diceste?», fece ironica, la cantante. «Figlia mia, cosa ci vuoi fare? Noi medici siamo tanti somari», ribatté Cardarelli. Il grande taumaturgo morì, novantaseienne, l’8 gennaio 1927. Aveva ispirato perfino dei letterati. Matilde Serao, mutatogli il nome in Amato Amati, l’aveva così descritto nel suo libro Il paese di cuccagna: «Tutta la gente lo chiamava, l’invocava, gli tendeva le mani, chiedendo aiuto, assediando il portone, le scale, la sua porta, la sua anticamera, cercandolo nell’ospedale, cercandolo nell’università, andando ad aspettarlo alla porta degli ammalati, con la pazienza e la rassegnazione di chi aspetta un salvatore». Tuttora a Napoli, quando in casa c’è un ammalato grave, si dice: «Ah, se ci fosse Cardarelli!». Al suo nome, al nome di Cardarelli, è intitolato, su una collina di Napoli, il più grande ospedale dell’Italia Meridionale. È come averlo votato a una speranza.

Fonte: Napoletani si nasceva di Vittorio Paliotti